cronaca

Corso Francia, “Gaia e Camilla travolte sulle strisce mentre Genovese era al cellulare”. Le motivazioni della sentenza

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Gaia e Camilla quella maledetta notte erano sulle strisce e avevano iniziato ad attraversare con il verde pedonale, ma su corso Francia era in corso una gara di sorpassi ad alta velocità.

Loro l’hanno vista da lontano e non sapendo che fare, dopo un attimo di esitazione, hanno deciso di attraversare, pensando fosse il modo per scongiurare di essere travolte.

Non ha dubbi il giudice Gaspare Sturzo che il 19 dicembre ha condannato Pietro Genovese, figlio 21enne del regista Paolo, a 8 anni di carcere il  duplice omicidio stradale di Gaia Von Freymann e Camilla Romagnoli, entrambe 16enni. E lo spiega in 190 pagine di motivazioni piene di dettagli e umanità, in cui ripercorre le dichiarazioni dei testimoni e ricostruisce la scena come vista da entrambe le carreggiate di corso Francia.



E, dopo aver analizzato tutto, il giudice esclude il concorso di colpa delle due adolescenti: “È vero – scrive – che nel momento in cui le due ragazze erano attinte dal Suv di Genovese sulla corsia di sinistra era già verde veicolare , ma è al contempo vero che la condotta di questi è la scaturigine prima della serie causale; o meglio, quanto al fatto che le due ragazze siano rimaste bloccate sulle strisce pedonali, sulla corsia di destra, proprio per capire se queste auto, tra cui quella di Genovese, avrebbero rallentato per fermarsi nel momento in cui le stesse avevano iniziato ad impegnare le strisce pedonali con il verde a loro favore”.

Per il magistrato, quindi, “la condotta delle due ragazze non può essere inserita in un contesto di autonomia causale come richiesto dai difensori dell’imputato. 

La condotta di queste appartiene all’esclusiva azione colposa di Genovese, che avrebbe “effettuato una serie di sorpassi utilizzando al contempo un cellulare con cui mandava messaggi; superando il limite di velocita’ in ora notturna; iniziando un ultimo sorpasso (prima di investire le ragazze, ndr) di un’auto che aveva cominciato a frenare e, poi, si era fermata”.

Tutti questi devono essere  considerati quali elemento causale valutabile nella scelta necessitata dalle due ragazze di sgombrare le strisce pedonali, correndo verso il marciapiede opposto, probabilmente convinte che restando su quella di destra, o tornando indietro verso il marciapiede, potevano correre il rischio di essere investite da altre auto che sopraggiungevano”. 

Il giudice, che pure ha riconosciuto al giovane accusato di duplice omicidio stradale, le aggravanti della guida in stato di ebbrezza, dell’eccesso di velocità e dell’utilizzo del cellulare, lo ha assolto dall’accusa di omissione di soccorso perché, dopo l’impatto, “Genovese ha continuato a frenare” e perché, in ogni caso, non ci sono prove contrarie.

Il pubblico ministero aveva auspicato una pena a 5 anni, ma il giudice ne ha comminati 8, avendo escluso il concorso di colpa. “Il fatto risulta assai grave, indubbiamente – si legge nelle motivazioni – quanto al duplice omicidio di due giovani ragazze, mediante una condotta come quella sopra analizzata e valutata.

Quanto a questa si richiama tutta la parte di analisi e valutazione del dato, dell’ora notturna, dell’uso del cellulare e del certificato di stato di ebbrezza alcolica e di eccesso di velocità”. Il giudice ricorda poi che Genovese aveva avuto qualche tempo prima un incidente e alcuni precedenti di guida “pericolosa” e sotto effetto di stupefacenti. E sottolinea come “una normale diligenza di una persona avveduta avrebbe tratto da tutti questi precedenti “avvertimenti” un insegnamento tale da evitare le condotte che oggi hanno portato ai fatti in imputazione”.

Per il giudice “Genovese è un soggetto capace di intendere e di volere al momento del fatto” e le sue dichiarazioni a processo hanno confermato “la sua capacità al momento del fatto e quella di comprendere perfettamente la gravità dei fatti. È vero che, nonostante gli arresti domiciliari, aveva ricevuto alcuni amici e ascoltato, probabilmente ad alto volume della musica, infastidendo qualche vicino, ma anche questo elemento deve essere inquadrato in un complesso di immaturità dell’imputato, dovuto alla giovane età e forse al tentativo di sbandierare una goliardia, qualche istinto di bullo, per nascondere le sue insicurezze e qualche eccesso di solitudine”.

Anche le madri di Gaia e Camilla il giorno della sentenza avevano sottolineato come il giovane avesse affrontato solo tutto il processo. Lo stesso fa il magistrato nel continuare il suo ragionamento: “Questa analisi, che imporrebbe una dosimetria della pena molto alta, deve essere valutata anche secondo quanto nel tempo delle diverse udienze è accaduto e risolta a questo giudice. Occorre dire come, durante gli arresti domiciliari, il Pietro Genovese abbia ripreso a studiare conseguendo una laurea. Poi ha iniziato un’attività di sostegno psicologico. Inoltre, è stato presente a tutte le udienze. Di certo, non senza difficoltà e imbarazzo, e probabilmente con vergogna, da solo, e supportato esclusivamente dai suoi difensori, ha cercato con i mezzi dialettici a disposizione di scusarsi con i genitori e i parenti delle vittime di quanto accaduto”.

Eppure, per il giudice il grado di colpa dell’imputato è “assai elevato”. Perché l’evento poteva essere evitato, se non avesse bevuto prima di mettersi alla guida. Perché non avrebbe dovuto superare i limiti di velocità, non avrebbe dovuto sorpassare mentre mandava messaggi. Per questo, secondo il giudice, la pena adeguata per il giovane è 8 anni.

“Le motivazioni della sentenza Genovese sono una pagina importante per la giustizia. È il riscatto per le famiglie di Gaia e Camilla. Non un risarcimento, perché le vite spezzate non saranno restituite e il dolore di genitori, parenti e amici resterà per sempre. Ma un riscatto, perché il giudice ha ricostruito con puntualità i fatti: le due ragazze stavano attraversando sulle strisce, quando sono state investite. Inoltre, il giudice ha riportato il ‘gioco del sorpasso’ che io stessa avevo indicato”, ha detto l’avvocato Giulia Bongiorno, legale di Edward von Freymann, papà di Gaia.

“Gaia e Camilla erano state descritte come due ragazze che avevano quasi ‘cercato la morte’, oggi tutti sanno che non è così”, ha sottolineato Bongiorno.

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