cronaca

La lettera-appello a Pertini «Il capoluogo non si tocca» 

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Il 12 febbraio di 50 anni fa il notaio Trecco scrisse all’allora presidente della Camera Calma apparente 14 giorni prima della rivolta, ma la tensione stava per esplodere

di Giustino Parisse

L’AQUILA. Gli eventi storici sono spesso favoriti o sfavoriti dalle condizioni del tempo, oggi si direbbe del meteo.

Se in quel febbraio del 1971 si fossero verificate le nevicate ormai “mitiche” del 1956 probabilmente i “moti” non ci sarebbero stati e il consiglio regionale avrebbe votato lo Statuto in qualche capiente sala della costa adriatica o avrebbe rinviato il tutto di un mese o più.

IL CLIMA. Invece quel febbraio 1971 raccontano le cronache “sembrava anticipare la primavera dato che fino al 23 del mese l’anticiclone delle Azzorre aveva conquistato il Mediterraneo centrale e l’Europa”. Ci furono temperature molto gradevoli con valori sopra la media. All’Aquila la massima toccò i 14 gradi e le minime non erano quasi mai scese sotto lo zero. Le cose cambiarono a fine febbraio (c’è chi ricorda una leggera nevicata nei giorni clou della rivolta, ma dalle foto non se ne ha conferma) e poi all’inizio del mese di marzo quando ci fu una “rapida e irruente discesa di aria polare verso l’Europa e il continente che presto raggiunse l’Italia”.

Ma ai primi di marzo 1971 la “rivolta” si era ormai esaurita.

IL TURISMO. Il clima favorevole aveva incentivato l’afflusso sulle piste da sci sul Gran Sasso. I dati sull’arrivo dei turisti all’Aquila riferiti al 1970 e diffusi dall’Azienda soggiorno e turismo erano molto buoni. In quel febbraio 1971, stando alle cronache di L’Aquilasette, c’era stato un vero e proprio boom. Bisogna tenere conto che nel 1971 era stata già aperta l’autostrada per Roma, ma chi voleva andare alla base della funivia doveva per forza uscire all’Aquila Ovest perché non erano stati ancora realizzati i caselli dell’Aquila Est e di Assergi. Quindi molti passavano e sostavano all’Aquila per fare colazione, per pranzare o, più spesso, per cenare.

GRAN SASSO. Un bell’articolo dell’Aquilasette, senza firma, tratteggia bene il momento del turismo in città in quel particolare periodo anche se il giornalista non risparmia frecciatine a qualche ristoratore che “approfitta” della situazione. “L’Aquila. Domenica. Piazza Duomo”, si leggeva nell’edizione del 12 febbraio 1971, “tre macchine su cinque portano la targa Roma. Ma si notano anche altre targhe: Viterbo, Rieti, Napoli, Latina. E meno male che è stata presa una bella decisione, quella di utilizzare l’intera superficie di piazza Duomo a parcheggio, diversamente sarebbero stati guai perché la città è quella che è, e non si può cambiare dalla sera alla mattina. Alla base della funivia, sul Gran Sasso, la situazione non è da meno. In genere vi stazionano una decina di capienti autobus con targhe che fanno riferimento soprattutto al Lazio. Le macchine poi non si contano, spesso la fila arriva fino ad Assergi. Che significa tutto questo? Che l’autostrada ha costretto le masse turistiche a una deviazione. Fino a qualche tempo fa gli amanti della montagna, di Roma e dintorni, sognavano il Terminillo, oggi vengono sul Gran Sasso perché c’è neve per buona parte dell’anno e perché ora è facilmente raggiungibile. Purtroppo questa nuova realtà economica – tutto alla fine si traduce in soldi – non è vista da molti nella luce giusta. Riceviamo ogni giorno lamentele perché molti ristoranti sono praticamente diventati inaccessibili. Il prezzo di un pasto è andato alle stelle e ciò che più conta senza alcun aumento di qualità o genuinità. Può darsi che questo tipo di politica momentaneamente renda bene a certi esercizi, ma continuando di questo passo quei turisti che oggi vengono a riempire le nostre casse potrebbero nuovamente cambiare rotta. Non facciamo che costoro abbiano a ricordarsi quell’adagio che suona più o meno così: chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quello che lascia ma non sa quello che trova”.

GIRO D’ITALIA. In quei giorni ci fu pure l’annuncio che una tappa del Giro d’Italia 1971 sarebbe arrivata a Campo Imperatore. Certo, allora non c’erano le dirette “fiume” in tv, ma anche quello fu uno spot non da poco per la montagna aquilana. Per la cronaca si trattò della quarta tappa (25 maggio 1971) partita da Pescasseroli. Vinse un ciclista spagnolo, Vicente López Carril (1942-1980), che nella sua carriera si è aggiudicato anche tre tappe al Tour de France. La classifica finale di quell’anno vide maglia rosa lo svedese Gösta Pettersson.

LA TENSIONE CRESCE. L’Aquilasette del 12 febbraio 1971, 14 giorni prima dello scoppio dei moti, “sparò” in prima pagina un enorme titolo che era tutto un programma: “In vigile attesa”. Dava perfettamente il senso di una tensione che andava crescendo giorno per giorno perché ormai l’accordo politico fra i maggiori partiti rappresentati nel consiglio regionale per “svilire L’Aquila” era diventato il segreto di Pulcinella. Sotto quel titolo c’era un sommario molto esplicativo: “Pur nel comportamento coerente e responsabile teso a evitare ogni possibile disordine, la cittadinanza è più che mai decisa a non accettare soprusi e vessazioni”. È dunque chiaro che da una parte ci si augura che non si arriverà allo scontro aperto e violento, ma dall’altra si è coscienti che, se quell’accordo non verrà azzerato, i “moti” saranno inevitabili. Maria Pia Renzetti (sigla Mapir) nel suo articolo spiega bene quali fossero i sentimenti contrastanti in città e persino nel Comitato d’azione. “Il Comitato cittadino”, scriveva Mapir, “ha fatto affiggere nuovi manifesti per richiamare alle proprie responsabilità i politici-chirurghi e nel contempo ha dato prova di estrema serietà e sensibilità annullando il comizio che si sarebbe dovuto tenere lunedì 15 febbraio”. Curiosità: quest’anno, 2021, i giorni della settimana coincidono esattamente con quelli del 1971. Il comizio fu annullato perché c’era il timore che “provocatori” avrebbero potuto creare scompiglio per poi puntare il dito contro il Comitato “violento”.

LA LETTERA A PERTINI. Sempre sulla prima pagina dell’ Aquilasette del 12 febbraio veniva dato conto di una lettera che il notaio Domenico Trecco aveva indirizzato all’allora presidente della Camera dei deputati Sandro Pertini (che come noto, da lì a sette anni, sarebbe diventato presidente della Repubblica dopo le dimissioni di Giovanni Leone. Al momento dei moti il presidente era ancora Giuseppe Saragat). La lettera veniva così presentata dal direttore del giornale, Walter Capezzali: «È un ulteriore documento, una nuova testimonianza, misurata in dimensione di correttezza, coerenza e giustizia. È un invito al parlamento affinché non si violi la legge. È un monito al rispetto dei princìpi Repubblicani e Costituzionali in un momento in cui da troppa parte si fa l’occhiolino al compromesso politico. Il dottor Trecco si riallaccia idealmente alla linea indicata da Aquilasette in questi mesi di generale incertezza: la linea del Diritto, della Costituzione, della Legalità. Una linea che nessuno può permettersi di ignorare”. È una frase significativa. Negare in tutto o in parte il capoluogo all’Aquila, era il senso delle parole di Capezzali, non sarebbe stato solo uno schiaffo agli aquilani, ma una violazione della legge. Cioè un reato. (5-continua)

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