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Vecchiet: un anno in prima linea, e non è ancora finita 

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Il primario di Malattie infettive: troppi ricoveri, ospedale vicino alla saturazione. Possiamo farcela con vaccini e zone rosse

di Pietro Lambertini

CHIETI. «Il desiderio di tornare alla normalità sconfina spesso in comportamenti sbagliati: senza prudenza, le chiusure restano l’unico modo per bloccare i contagi. Perché il lockdown di un anno fa ha funzionato: l’errore è stato commesso dopo ed è davvero un peccato aver sprecato quel vantaggio». Jacopo Vecchiet, primario del reparto di Malattie infettive e docente all’università d’Annunzio, racconta un anno in prima linea, dai primi casi di coronavirus fino alle 12 ambulanze dell’altro giorno, cariche di pazienti e ancora in coda.

A un anno dall’inizio della pandemia siamo ancora in zona rossa: tornando indietro al febbraio 2020, con i primi casi di Covid anche all’ospedale Santissima Annunziata, se l’aspettava?

«Se devo essere onesto no, non immaginavo un’ondata con una tale numerosità di casi. E a distanza di un anno, purtroppo, ci sono ancora fattori che determinano la circolazione incontrastata del virus: c’è stata una caduta di attenzione su mascherine, distanziamento e igiene delle mani; questo, poi, ha coinciso con la riapertura delle scuole; quindi il virus è rientrato nelle case attaccando le famiglie. Insomma, il virus è stato un avversario furbo: ha colpito la famiglia come un rivale debole perché in casa non ci sono difese. E arriviamo alla zona rossa di questi giorni a Chieti e Pescara: nell’area metropolitana c’è uno scambio continuo tra persone e questo ha favorito la diffusione dei contagi».

Un anno dopo siamo tutti più insofferenti verso le restrizioni: da medico in prima linea cosa può dirci?

«La stanchezza è comune a tutti. Anche in ospedale il personale è stremato dai turni, dalle difficoltà costanti, dalle ferie che non si possono fare. Ma, adesso, siamo arrivati al vaccino ed è questa la soluzione del problema. Però, per adesso, dobbiamo continuare a isolare il virus quanto più possibile: bisogna conviverci senza fare finta che non esista. Purtroppo, ogni volta che c’è un allentamento delle restrizioni, si perde di vista che la malattia è ancora in circolazione. L’errore più grande l’abbiamo commesso l’estate scorsa con la riapertura dei locali e gli assembramenti che abbiamo visto tutti: quello che avremmo dovuto imparare da quelle immagini, non è rimasto nella memoria di tutti. Io dico che non bisogna stare a pensare ai divieti introdotti dai dpcm ma avere la capacità di autoregolarsi. È il buon senso che manca».

Dall’inizio di dicembre a oggi, i contagi sono cresciuti esponenzialmente a Chieti e provincia: com’è la situazione all’ospedale?

«Anche negli ultimi giorni abbiamo notato una pressione e una richiesta crescente di ospedalizzazione. Sono tornate le ambulanze in fila e i medici sul territorio lavorano tanto gestendo anche situazioni al limite tra cure domiciliari e ospedalizzazione. Se non siamo arrivati a saturazione, ci siamo quasi: siamo in difficoltà. Anche perché abbiamo un obiettivo e cioè mantenere tutta l’attività non Covid. Spero che i numeri non cambino ma se dovesse accadere sarebbe una scelta obbligata implementare i posti letto per i pazienti Covid. Ecco perché dobbiamo essere tutti uniti contro il nemico virus. Perché il nemico è virus e non chi dispone le restrizioni».

Le varianti inglese e brasiliana devono allarmarci?

«Queste varianti hanno introdotto un fuori programma che non avevamo previsto. Ci devono preoccupare nella misura in cui si riscontra una maggiore contagiosità anche se non è detto che poi ci sarà un impatto clinico diverso. Il rischio è che aumentino i contagi e, quindi, la quota parte di pazienti che hanno bisogno di cure in ospedale aprendo un problema di sanità pubblica».

La vaccinazione sta per entrare nel vivo: lei ha fatto già le due dosi?

«Sono sempre stato culturalmente convinto dell’opportunità della vaccinazione per le malattie infettive e ora lo sono ancora di più. Io ho fatto le due dosi e non ho avuto alcun fastidio. Di certo avverto una sensazione di sicurezza che è mancata per un anno. Questo però deve valere per tutti e non soltanto per noi medici: siamo tutti in prima linea e l’errore più facile è pensare che possa capitare sempre e solo agli altri. Più siamo prudenti e prima torneremo alla vita normale».

Intanto, tante scuole sono chiuse: è giusto?

«La scuola è un posto sicuro perché si applicano le misure di sicurezza ma non può gestire le dinamiche del prima e del dopo e se si contagia una persona, un alunno o un docente, poi la circolazione del virus è favorita in un ambiente chiuso».

C’è un’immagine di quest’anno che ricorda?

«Abbiamo avuto tantissime manifestazioni di stima dai pazienti e dai loro familiari e questo ci supporta e certifica la qualità del nostro lavoro. Il personale lavora tanto e non è sempre facile: io vorrei avere un medico e un infermiere per ogni malato ma non è possibile».

Tra quattro mesi, tornerà l’estate: cosa prevede?

«Sono ottimista. Il vaccino e la capacità di creare zone rosse per bloccare focolai locali sono gli strumenti necessari a farcela e a battere il virus. Come andrà? Ce ne accorgeremo giorno dopo giorno: da qui a 4 mesi, spero che il trend di miglioramento sia costante».

Ma quando butteremo definitivamente le mascherine?

«Ci vorrà tempo. Non poco, anzi, molto. Bisognerà prima completare la vaccinazione di massa e, nello stesso tempo, ridurre al minimo la circolazione del virus».

Almeno le mascherine ci difendono dai malanni stagionali: ci sono stati meno casi di influenza?

«È una barriera fisica e il numero basso di persone con l’influenza dimostra quanto sia utile, abbinata a distanziamento e igiene delle mani».

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