cronaca

La riunione segreta a Roma e il giallo dei posti di lavoro 

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Natali e Gaspari, entrambi della Dc, a quell’incontro erano su posizioni diverse Si doveva parlare del “pacchetto Colombo”, ma il nodo vero era il capoluogo 

di Giustino Parisse

L’AQUILA. Tra il 15 e il 20 febbraio 1971 anche all’Aquila cominciò ad aggirarsi il “fantasma” del cosiddetto “pacchetto Colombo”. Si trattava di una serie di investimenti che l’allora primo ministro Emilio Colombo (1920-2013) aveva già assicurato a Reggio Calabria per far “digerire” agli abitanti di quella città il fatto che, come capoluogo, sarebbe stata scelta Catanzaro. All’epoca si parlò trionfalmente di quasi 15.000 posti di lavoro per la Calabria, la gran parte destinati a Reggio.

OTTO GIORNI DAI MOTI. Il settimanale L’Aquilasette del 18 febbraio 1971, otto giorni prima del consiglio regionale che avrebbe votato lo Statuto – voto che poi scatenò i “moti” – riferisce di una riunione semi-segreta a Roma, alla presidenza del Consiglio dei ministri, alla presenza dei politici abruzzesi più in vista tra cui Lorenzo Natali (Firenze 1922-Roma 1989, aquilano di adozione) e Remo Gaspari (Gissi 1921-2011) entrambi esponenti della Democrazia cristiana, ma con idee diverse sul capoluogo. Il primo “tifava” L’Aquila, il secondo Pescara.

SI DICE CHE. Il resoconto che viene fatto di quell’incontro nella Capitale è quasi “onirico”. È zeppo di “si dice che”, un “ritornello” che è tornato con forza nel post-sisma 2009 per affermare verità che ufficialmente non si sarebbero potute enunciare. Nell’articolo, piazzato su una colonna in basso, si legge tra l’altro: «Col presidente Colombo si è parlato del “pacchetto”, ma si è parlato anche di altro. Le cronache di questi giorni hanno puntualmente evitato l’argomento limitandosi a riferire di investimenti e industrializzazione. Invece, si dice che in quella sede si sia discusso del problema capoluogo. Non sappiamo quanto credito dare a queste voci che si sono rincorse fra una smentita e l’altra. Le riferiamo con beneficio di inventario. Si dice che sulla questione capoluogo il presidente Colombo abbia fatto delle concrete proposte per sbloccare la situazione di impasse, proposte che sarebbero state più o meno apertamente favorevoli all’Aquila e si dice che ne sarebbe derivato un vero parapiglia. In conclusione il ministro Gaspari avrebbe chiesto paglia per cento cavalli fino a far naufragare ogni tentativo di intesa». Dunque Remo Gaspari, che tra il 27 marzo 1970 e il 26 febbraio 1972 è stato ministro della Pubblica amministrazione, avrebbe affondato tutti i tentativi per evitare lo “spacchettamento” degli assessorati. Era una notizia che non aveva conferme, ma che all’Aquila veniva data praticamente per certa tanto che L’Aquilasette proseguiva: «Vorremmo che a smentire tale notizia fosse lo stesso diretto interessato (cioè Gaspari, ndr). Non pensiamo che i suoi amici aquilani, che si dicono certamente allineati alle nostre tesi, vogliano digerire questa voce che li mette in chiaro imbarazzo». Venivano quindi stuzzicati politici locali vicini al ministro, all’Aquila ce ne sono sempre stati e sono andati aumentando soprattutto dopo “l’esilio” a Bruxelles di Lorenzo Natali (nel 1976 Natali fu nominato membro della commissione delle Comunità europee e fu vicepresidente della commissione e commissario per l’energia e l’ambiente).

A pochi giorni dall’ora X, il tentativo era quello di creare delle contraddizioni fra i partiti e dentro i partiti per far cambiare l’accordo sul capoluogo che avrebbe, questo veniva dato ormai per certo, penalizzato L’Aquila. E per far ciò i cronisti dell’Aquilasette adottarono un metodo oggi molto utilizzato, ma all’epoca quasi una novità. Andarono cioè a stuzzicare gli uomini politici più influenti per capire dove volevano andare a parare. Ufficialmente, infatti, nessuno si voleva esporre ben sapendo che si trattava di materia delicata tanto che L’Aquilasette, sul numero del 18 febbraio, tirò fuori persino la parola “omertà”. Luigi Marra riuscì a “stanare” il socialista Nello Mariani (1923-2009) che dal 7 agosto 1970 al 16 febbraio 1972 è stato sottosegretario di Stato al ministero dell’Interno e con questo ruolo fu “costretto” a scendere in campo, in occasione dei “moti”, chiaramente dalla parte di chi doveva raffreddare la rivolta. A Marra, Nello Mariani disse di essere in linea con le richieste aquilane e rivelò che nel 1956 fu addirittura Pietro Nenni (1891-1980), in un comizio a Sulmona, che indicò L’Aquila come capoluogo di Regione. Qualche anno prima, in base alla testimonianza dell’ex parlamentare Alvaro Iovannitti, anche Palmiro Togliatti si era espresso in tal senso. I due “titani” della storia politica italiana forse non avevano previsto “l’accordicchio” sugli assessorati che in città, chissà perché, veniva definito “operazione Giuseppe”.

IL COMIZIO. Il comizio che il Comitato d’azione qualche giorno prima aveva revocato per paura di provocazioni, in realtà si tenne il 17 febbraio ma al chiuso, nella sala del cinema Rex.

Luigi Marra, che ne fa una cronaca puntuale, scrive in premessa: «La città è indubbiamente in fermento. La prova lampante se ce ne fosse stato bisogno la si è potuta riscontrare nella larghissima partecipazione popolare al comizio-colloquio indetto dal Comitato d’azione senza alcuna organizzazione propagandistica. La notizia dell’iniziativa del Comitato, decisa solo 4 ore prima, si è sparsa in un baleno per la città. Il pur capiente teatro Rex non è stato capace di raccogliere le migliaia e migliaia di cittadini e che in gran parte si sono dovuti accontentare di ascoltarlo dall’esterno. È emersa la decisa volontà di non cedere a baratti. Nessuna camarilla è consentita, nessun compromesso deve essere accettato perché proprio per le camarille e i compromessi la città dell’Aquila ha dovuto sopportare rapine infami e umiliazioni vigliacche».

IL MONITO. Nonostante che la tensione si tagliasse con un coltello, in quel momento (una settimana prima del voto in consiglio) non c’era nessuna intenzione di mettere a ferro e fuoco la città.

Lo conferma lo stesso Luigi Marra, quando proseguendo scrive: «L’Aquila, sia ben chiaro, non si trasformerà mai in una seconda Reggio Calabria perché i cittadini amano troppo la città per poterla distruggere con le loro stesse mani. L’Aquila è la città dell’ordine e della legalità e proprio per questo vuole che la legge venga rispettata da chi ha il dovere di farla rispettare».

L’AQUILA E SULMONA. A metà febbraio fu fatta pure girare voce che L’Aquila pretendeva tutto per sé e questo anche ai danni di altre importanti città della provincia, come Avezzano e Sulmona. Un tentativo di isolare a livello provinciale le rivendicazioni sul capoluogo di regione. A dimostrazione del contrario L’Aquilasette pubblicò in estratto lettere e note che il sindaco dell’Aquila Tullio de Rubeis (1908-1988) e il prefetto Luigi Petriccione (prefetto all’Aquila dal 10 dicembre 1969 al 15 gennaio 1973, che avrà un ruolo importante nella gestione dell’ordine pubblico nei giorni caldi dei moti) inviarono alla Fiat – ma anche ai palazzi romani – per favorire la realizzazione di uno stabilimento Fiat in Valle Peligna. In quei giorni del febbraio 1971 venne, infatti, firmata a Sulmona la convenzione fra la Fiat e il Consorzio per lo sviluppo del Nucleo industriale di Sulmona. Lo stabilimento di Sulmona avrebbe prodotto inizialmente scatole sterzo per vetture Fiat e Autobianchi. L’azienda si sarebbe estesa su un’area di 200.000 metri quadrati, di cui 28.000 coperti, con un investimento di oltre dodici miliardi. L’occupazione prevista era di 1.200 persone. Insomma, L’Aquila, che quello stabilimento l’avrebbe potuto far sorgere alla periferia della città, fu invece magnanima. Così, almeno, si disse allora. (6-continua)

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