cronaca

Covid, lo sport di base spazzato via dalle chiusure

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C’è un segmento dell’industria italiana di cui si parla pochissimo. Che fatica a far sentire la propria voce nella gincana di aperture e chiusure, nonostante incida per l’1,7% del Pil del nostro Paese: lo sport. Da quando la pandemia è iniziata, si è parlato molto del campionato di Serie A di calcio e dei collaboratori sportivi, di Olimpiadi e di riaprire gli stadi per gli Europei. Ma pochissimo dello sport di base. Eppure i dati sono spiazzanti, raccontano una situazione ben oltre l’orlo del baratro, come ha fotografato una ricerca di Sport e Salute su 34.500 associazioni sportive. Che rappresentano l’anima territoriale dello sport, i centri in cui i bambini vanno a scuola di calcio o di basket, dove mamme e papà frequentano palestre, campi da tennis o piscine. Insomma, il fulcro dell’attività fisica degli italiani. 

Un tessuto sociale che la pandemia sta spazzando via, nemmeno troppo lentamente. Campionati di ogni sport cancellati, 500 squadre di varie discipline fermate dal diffondersi del covid e dalle limitazioni imposte dai governi, sport spazzati via interamente o quasi (il rugby ha chiuso tutti i propri campionati, tranne il massimo torneo maschile). Ma è solo la punta dell’iceberg. L’alternanza tra aperture e chiusure, più che sulle competizioni agonistiche, ha avuto impatto sulle associazioni sportive, rimaste senza iscritti, senza fondi, senza fiato.

Non avendo la certezza di poter riprendere a far sport con regolarità, un numero consistente di italiani ha scelto di non rinnovare le iscrizioni. Per questo a febbraio, undici mesi dopo l’inizio dell’emergenza sanitaria, il 56% delle organizzazioni sportive era chiusa. E soltanto il 2% aveva ripreso per intero la propria attività. In tutto, nell’83% dei casi, a svolgere qualche attività sportiva erano gli atleti di interesse nazionale: in pratica, nel 17% delle circostanze, i cittadini qualunque non erano potuti tornare a usufruire dei servizi delle associazioni dilettantistiche o delle società sportive frequentate all’origine. Vuol dire, ad esempio, milioni di bambini senza sport il pomeriggio, quindi meno sani, più inclini all’obesità e meno educati all’attività motoria, con costi che finiranno per ricadere sul servizio sanitario nazionale perché ne aumenteranno l’esposizione a problemi di salute. Il confronto con l’estate è significativo: dopo il primo lockdown infatti, il 58% degli italiani si era mantenuto in attività. Ma i danni sono anche di natura strettamente economica, visto che di quel 56% di centri sportivi che a febbraio era fermo, l’8% ha chiuso l’attività definitivamente.

Ma il passare dei mesi ha tolto anche la speranza. O peggio, la fiducia nel futuro. Da un anno, le spese sono aumentate. Il problema, nella maggior parte dei casi, sono i costi di locazione, insostenibili, senza associati e quindi quote di iscrizione. A cui aggiungere le utenze e i nuovi costi per le misure anti-covid. Quello che sta succedendo in Israele o nel Regno Unito non ha ancora avuto riverberi sull’Europa, la fine della pandemia ancora è un orizzonte lontano. E lo sport non può più attendere. Addirittura il 42% delle organizzazioni sportive oggi ritiene probabile di dover cessare l’attività entro la fine del 2021. In pratica oltre un terzo di quelle del Paese. E chi invece resisterà sa che avrà di fronte un’opportunità soltanto: il taglio delle collaborazioni. Ossia sforbiciare i collaboratori sportivi: una associazione dilettantistica su quattro ridurrà almeno del 50% i propri collaboratori, ma diventano una su due (o poco meno) quelle che quantificano le riduzioni della spesa per le collaborazioni almeno del 20%. Scelte disperate per sopravvivere: almeno fino a che sarà possibile.

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