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Valentinetti: «Ora pensiamo ai lavoratori e ai commercianti» 

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L’arcivescovo di Pescara-Penne fa il punto un anno dopo il primo lockdown. E si rivolge alla politica: «Deve prevalere il benessere sociale: da questa pandemia si può uscire solo con un sistema diverso»

di Flavia Buccilli

PESCARA. Un anno segnato dal coronavirus, dall’isolamento, dal dolore, dalla paura. Anche la Pasqua del 2021, come quella del 2020, sarà diversa dal passato, per tutti. Quest’anno si chiama zona rossa, l’anno scorso era lockdown. Ma il sapore è sempre lo stesso, amaro. A diffondere una parola di conforto, ad illuminare ciò che appare buio, è l’arcivescovo di Pescara-Penne, Tommaso Valentinetti, la cui chiave di lettura aiuta ad andare oltre.

Un anno fa diceva che il tempo trascorso in casa, per difenderci dal virus, poteva servire a ritrovare noi stessi, a farci riempire dalla vita nuova. Dopo un anno, ritiene che ci siamo ritrovati o forse ci siamo persi?

Se si ripensa a quelle affermazioni, si deve fare uno sforzo di perseveranza e ancora una volta un salto di qualità. Ma credo anche che tutto quello che sta accadendo ci deve porre dei grandi interrogativi. E cioè: siamo stati capaci di interloquire con questa realtà e di affrontare questa situazione? Per esempio, riguardo al sistema sanitario, è stato trascurato qualcosa? Il sistema del welfare funziona o no? Negli ultimi anni abbiamo assistito a uno smantellamento del welfare e della sanità e ci siamo trovati in difficoltà. Ora chiedo che se ne prenda coscienza, guardando la realtà con occhi diversi e con proposte più concrete e più fattibili.

E dal punto di vista più intimo?

Il tempo per guardarsi dentro è stato prolungato. Come credenti dobbiamo chiederci se la nostra vita cristiana può davvero continuare com’era prima.

Cioè, niente più sarà come prima?

Sì, esatto, è una cesura. Il Papa ha detto che il guaio più grande di questa pandemia è sprecarla rispetto ad una revisione generale di cosa abbiamo fatto e cosa facciamo. Ci chiediamo, ad esempio, se sia sufficiente una catechesi che prepari solo ai sacramenti o se dobbiamo pensare a una catechesi più coinvolgente, con più cammini di fede, un maggiore accompagnamento lungo le strade della vita. Si deve puntare a una rigenerazione della comunità che sia veramente cristiana e non il supermercato del sacro in cui “compro” il battesimo, vado a prendere la comunione e la cresima e a celebrare il rito del matrimonio o l’ultimo addio, per le esequie. Con i sacerdoti stiamo facendo un lavoro di verifica. Poi, superato questo tempo di pandemia, vogliamo essere presenti nella comunità cristiana con una progettualità diversa e soprattutto aperta alla evangelizzazione per ridire la fede a chi non ce l’ha, l’ha persa, o l’ha sentita vacillare in questo tempo e non ha avvertito il sostegno di una speranza che andava comunicata.

Anche oggi, nonostante tutto, il suo messaggio è sempre positivo. Eppure basta guardarsi attorno, e vedere uno sfacelo. Come si fa a trovare qualcosa di positivo?

O usciamo da questa situazione con una società diversa o non ne usciamo. E mi riferisco ai meccanismi che regolano le scelte sociali e le scelte politiche. Alla finanza, artefice di uno pseudo sviluppo che ci ha portato a questo punto, deve prevalere il benessere sociale, l’attenzione ai lavoratori, ai commercianti e ai ristoratori provati da questa pandemia, alle classi meno abbienti.

Chi vede più colpito?

Gli ultimi, come al solito. Ci sono categorie fragili che non hanno ancora ricevuto il vaccino, nonostante siano la seconda fascia ad avere diritto. Ma, nel frattempo, lo hanno ricevuto altre categorie che forse potevano aspettare. E poi i più colpiti sono gli adolescenti e i giovani, tanto che si parla di autolesionismo, di suicidi e di disturbi di apprendimento in aumento. Questi problemi non si risolvono aumentando i servizi di neuropsichiatria infantile, ma con una dimensione di accompagnamento e di vicinanza a queste persone.

Lei ha maturato una particolare ammirazione per?

Dal punto di vista ecclesiale per Papa Francesco, per il suo gesto di speranza enorme con il viaggio in Iraq, con cui ha fatto sentire quanto fosse importante il concetto dell’Enciclica “Fratelli tutti”. Ammiro, ovviamente, i sacerdoti, anziani e giovani, che si sono inventati – e continuano a farlo con generosa creatività – nuovi modi per accompagnare la gente a loro affidata. Ammiro chi si prodiga per gli ultimi, i volontari, le associazioni di carità che non si sono mai fermati. C’è poi l’ammirazione per le mamme e i papà che hanno bambini piccoli e devono gestire contemporaneamente il lavoro, i figli e una situazione familiare non facile. Ammiro, medici e operatori sanitari, non solo quelli chiamati a curare i malati di Covid, ma anche quelli delle strutture private di assistenza ai portatori di handicap e riabilitative che hanno avuto problemi per le nuove normative di sicurezza.

Per chi prega?

Soprattutto per i ricercatori scientifici che ci hanno dato un vaccino. E prego per la lungimiranza dei proprietari dei vaccini, affinché vengano messi a disposizione dell’umanità. Chi ha lavorato per i vaccini ha diritto a una giusta ricompensa, ma una volta ottenuta non si può guadagnare su quello che è un bene di tutta l’umanità.

Anche quest’anno non ci sarà la processione del venerdì santo, ma le cerimonie nelle chiese si potranno seguire in presenza. In sostanza, il virus sta appannando le tradizioni e allontanando dalla chiesa?

La pandemia ha allontanato molte persone dalla chiesa ma c’è stata una sorta di purificazione anche in questo. Chi era legato per vincoli di fede alla vita della chiesa e della comunità si è fatto presente in molte maniere. Nella ripartenza non si può pensare solo a valori tradizionali e simbolici, ma a valori sostanziali e cioè Eucarestia che è amore e condivisione, Passione di Cristo che è solidarietà con tutti i crocefissi del mondo, Resurrezione di Gesù che è speranza per un mondo nuovo e una vita nuova.

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