cronaca

Ci ha lasciati Luca Villoresi, grande inviato di Repubblica

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Ci ha lasciati Luca Villoresi. Il prossimo 14 maggio avrebbe compiuto 71 anni. Un amico, un collega, una grande firma di Repubblica. L’ho saputo per caso. Un messaggio, una coltellata al cuore. Mi ha avvertito uno dei suoi due figli, Giulia, anche lei scrittrice e giornalista. “Si è accasciato al supermercato”. 

Non è facile descrivere qualcuno che conosci bene, con cui hai condiviso gran parte della tua storia umana e professionale. Non hai la freddezza e il distacco giusti. Ti vengono in mente centinaia di piccoli e grandi episodi. Aneddoti che hanno costellato quell’incredibile avventura che è stata La Repubblica. Il nostro giornale, quello in cui siamo cresciuti, che ci ha formato, per cui abbiamo vissuto e lottato. Luca era ancora giovane, giovanissimo, nonostante il tumore scoperto nel luglio scorso. Lo era nell’anima e nello spirito. Come lo è sempre stato. Da un po’ si dedicava alla sua campagna, a nord di Roma, proprio ai confini tra Lazio e Umbria, dove era riuscito a realizzare un suo vecchio sogno: allestire un grande giardino, coltivare un pezzo di terra, circondarsi del verde che amava e lo rinfrancava. 

Ma, nel suo profondo, restava un giornalista. Lo è stato per una vita. L’ho conosciuto in cronaca dove io, alle prime armi, coprivo la notte e lui si occupava di terrorismo. Era già una firma del giornale. Per le sue capacità di scrittura e per il rigore nel verificare le notizie. Ha coperto tutta quella stagione intrisa di sangue e misteri, di trame e di attentati, di depistaggi e di segreti. Ha raccontato la galassia della lotta armata. Ma ha soprattutto svelato i misteri del sequestro Moro, il presidente del Consiglio rapito dalle Brigate Rosse il 16 marzo del 1978. E’ stato lui a sollevare i primi dubbi sul posto dove era tenuto in ostaggio il leader della Democrazia Cristiana. Aveva le giuste fonti e preziosi contatti, grazie anche alla sua antica militanza nel Fai, la Federazione Anarchica Italiana. Qualcuno gli suggerì di indagare su una strana casa nel quartiere di Monteverde. In via Montalcini. Solo dopo si scoprì che era stata la prigione di Moro. All’epoca era solo una delle tante case segnalate alla polizia. Ma gli agenti avevano trovata chiusa la porta d’ingresso, nessuno aveva risposto e avevano deciso di proseguire nelle loro ricerche. Non era una notizia ufficiale. La strana incursione faceva parte delle tante perquisizioni in quei drammatici 55 giorni. 

Luca andò sul posto, trovò l’indirizzo, individuò il numero civico, l’interno. Fece il lavoro da cronista, sul campo, appuntando sul taccuino dettagli e numeri. In mezzo agli schizzi dei profili che si divertiva a tracciare su qualsiasi foglio che si trovava davanti. Raccontò una verità diversa, lontana dalle versioni, piene di depistaggi, che governo e servizi occulti offrivano a un’Italia impaurita, ricattata, colpita al cuore. Fu uno dei tanti colpi messi a segno da Luca. Aveva coraggio ed era ostinato. Un’ostinazione che non gli è stata sempre amica. Gli è costata anche il carcere quando fu l’unico, dopo vari tentativi di altri illustri colleghi, a scoprire le torture inflitte ai brigatisti arrestati per l’altro agguato portato a termine in quegli anni dalle Brigate Rosse: il rapimento del generale della Nato James Lee Dozier. 

Anche in quel caso raccolse una soffiata delle sue fonti. Le verificò sul posto. Scoprì che le voci su presunti abusi nei confronti dei terroristi arrestati, tollerati in quell’emergenza nazionale, erano veri. Scrisse ciò che gli raccontava uno dei funzionari di polizia presenti alle torture. Il giudice che aprì l’inchiesta gli chiese di svelare il nome della sua fonte. Luca si rifiutò, appellandosi al segreto professionale. Ricordo ancora le foto del mio collega sulla poppa del motoscafo, in manette, che lo portava nel carcere a Venezia. Uscì poco dopo. Ma non ha mai raccontato chi fosse il suo informatore. Non l’ha detto neanche a me. 

Era fatto così. Serio e scrupoloso. Ma anche ironico, allegro, colto, romano nei modi e nello spirito. Amava i poeti e i pittori. Si circondava di artisti e di letterati. Ma restava ancorato alla realtà. Fatta di strade e piazze, di quartieri e monumenti. Ha raccolto storie di vita, sogni, delusioni, speranze. Era l’unico a centrare in una frase titoli impossibili da fare. I nostri capi li affidavano sempre a lui. Era una garanzia. Uno spirito libero. Da vecchio anarchico, da giornalista, da signore d’altri tempi. Accorto e sensibile. Figlio di Franco Villoresi, pittore tra i più noti e apprezzati del secolo scorso, quando lasciò il giornale smise di scrivere.  Una scelta difficile, dolorosa per uno scrittore. L’ennesima forma di ribellione a un sistema in cui non si riconosceva più. Non ci è riuscito. Ha ceduto con un libro sul Natale, “Purché non manchi la stella”, editore Donzelli. La stella che lo ospita adesso. Voglio pensare che sia così.

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