cronaca

L’inferno di Barbara Corvi, scomparsa nel 2009: “Tutti hanno taciuto, compresi i figli”

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Vittima di un marito cresciuto in una famiglia di ‘ndrangheta in cui la violenza è l’ortografia dei rapporti, di un paese che è rimasto a guardare senza voler capire, di silenzi e omertà. Barbara Corvi, la trentacinquenne scomparsa nel nulla da Montecampano di Amelia, il 27 ottobre del 2009, era una donna sola che ha pagato con la vita il tentativo di disporre del proprio destino e delle proprie finanze.  

È questo il ritratto che viene fuori dalle ventitré pagine con cui il giudice di Terni ha ordinato il carcere per Roberto Lo Giudice, accusato di averla uccisa per poi nasconderne e distruggere il corpo.  Una verità, hanno svelato le indagini coordinate dal procuratore Alberto Liguori, nota a tutti in famiglia. Probabilmente persino al figlio, Salvatore Lo Giudice. È sua la frase, anticipata giorni fa da Repubblica, che gli inquirenti considerano forse la “prova regina”, quella decisiva per confermare il percorso investigativo costruito fino a quel momento anche grazie ai collaboratori della famiglia Lo Giudice, Nino “Il Nano”, il cugino e per lungo tempo braccio destro, Consolato Villani e Federico Greve, ex soldato della cosca ed ex marito dell’attuale compagna di Roberto Lo Giudice.  

I carabinieri la captano nel 2020. All’epoca, le indagini sono state formalmente riaperte e i familiari di Barbara sono tutti monitorati perché l’ipotesi è che la verità sulla scomparsa della donna sia da cercare nella cerchia dei suoi rapporti più stretti, inquinati dall’ombra della ‘ndrangheta. Il figlio della donna, Salvatore parla con la sua fidanzata dell’epoca e gli investigatori ascoltano. “Mia madre – rivela – dentro una cosa di acido è finita. Sì, sì senza tracce… e non ce ne saranno mai… come non saprò mai la verità amo’… cioè come i mie… come il cugino mio”. Lo stesso che nel novembre 2009, a pochi giorni dalla scomparsa della madre gli rivela “mia madre, come la tua, è morta”. 

Anche lui si chiama Salvatore e anche lui è orfano di una madre, Angela Costantino, svanita nel nulla. Uccisa, hanno stabilito i processi a decenni dalla sua scomparsa, da quella famiglia che nel ’94 non le ha perdonato la gravidanza ingiustificabile per la “vedova bianca” di un marito da troppo tempo in galera per poter essere il padre.  

Il figlio di Barbara racconta tutto nel giugno 2020, quando viene convocato come “persona informata sui fatti”. Ai magistrati racconta di aver interpretato quelle parole “nel senso che entrambe le donne, dato che avevano tradito, non dovevano più essere considerate membri della famiglia anche se, successivamente, aveva dato un significato diverso, ma di cui – si legge nelle carte – non intendeva parlare”. Si lascia solo scappare: “Sono convinto che mamma sia morta il giorno stesso della sua scomparsa perché, all’epoca, non avrebbe fatto passare un’ora senza sentirmi o cercarmi immediatamente”. Se sospetti qualcosa o di qualcuno però non lo dice. 

E in tanti sembrano non aver voluto parlare dei problemi di Barbara quando ancora era in vita. Quando si presentava con ginocchi gonfi e lividi sul collo dal suo amante dell’epoca, che alla fine accettava il suo ostinato rifiuto a presentarsi in pronto soccorso perché il marito “l’aveva minacciata dicendole che le avrebbe restituito il figlio Salvatore a pezzi”. Quando le amiche notavano “ematomi ed escoriazioni sul suo corpo” ma forse si accontentavano delle versioni sugli incidenti domestici che la donna inventava per giustificarli o la ascoltavano confessare “di essere stata più volte picchiata dal marito per motivi di gelosia”. Quando i vicini sentivano “non solo frequenti litigi tra i coniugi, ma anche vere e proprie urla di dolore da parte di Barbara e del figlio Salvatore”.  

Che Roberto Lo Giudice fosse un violento oggi  lo raccontano in molti. “Tutti hanno taciuto – si legge nelle carte – compresi i figli, a dimostrazione del clima di omertà e di intimidazione in cui essi vivono”. Ma la pericolosità dell’uomo risulta “in modo pacifico”, per il gip Simona Tordelli, che anche per questo ha accolto nei giorni scorsi la richiesta di arresto in carcere avanzata dalla procura. “Nulla esclude che egli possa tornare a compiere atti lesivi della incolumità altrui – scrive il magistrato –  se i figli o l’attuale compagna, in qualsiasi modo, decidano di ribellarsi – così come aveva fatto la povera moglie – in un’ottica criminale, cui egli è evidentemente inserito, caratterizzata dalla volontà di procedere alla eliminazione fisica degli ostacoli, godendo dell’appoggio del clan di appartenenza”. Ma soprattutto, sottolinea il gip, nulla esclude che l’uomo possa tornare a inquinare le prove e costruire false piste.  

La scomparsa di Barbara Corvi per anni è stata offuscata dalla cortina fumogena di depistaggi e grottesche messe in scena, dalle finte cartoline da Firenze vergate con una grafia mai vista dai figli e sconfessata dalle perizie, allo svuotamento dei conti bancari per inscenare una fuga della 35enne madre di famiglia.  Un tentativo di sviare le indagini che in realtà nasconde uno dei moventi: spogliare Barbara dei propri averi. L’altro sarebbe stato la vendetta per quella relazione extraconiugale che Roberto Lo Giudice avrebbe letto come plateale umiliazione.  

Motivi sufficienti per decidere che Barbara dovesse scomparire. Una decisione di famiglia, discussa forse pochi mesi prima della scomparsa della donna, quando i fratelli Maurizio, Giovanni e Roberto si ritrovano a Taormina con le rispettive consorti.  Così almeno l’ha interpretata e poi raccontata agli inquirenti l’altro fratello Lo Giudice, Nino “Il Nano”, a cui il fratello Roberto in persona con un cenno del capo avrebbe confermato di essere coinvolto nella sparizione di Barbara.  

E che la cosa fosse affare di famiglia lo conferma anche l’ex fedelissimo del “Nano”, Consolato Villani. A pochi giorni dalla scomparsa della 35enne – riferisce al procuratore Liguori – un altro componente del clan, Giuseppe Reliquato, cognato di Nino, lo informa che “era scomparsa un’altra donna della cosca Lo Giudice, facendo riferimento alla moglie di Roberto Lo Giudice, e cioè Barbara Corvi, facendo altresì riferimento – ha dichiarato – anche ad Angela Costantino perché io capissi, in termini di ‘ndrangheta, che anche Barbara aveva fatto la stessa fine”. 

Mezze parole, accenni, allusioni. A chi respira ‘ndrangheta fin dalla culla basta poco per capire, ancor meno per decidere di tacere. Un silenzio che ha tentato di condannare Barbara non solo alla morte, ma anche all’oblio. 

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