cronaca

Il medico: notte maledetta via crucis tra crolli e morte 

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Il racconto commosso di Americo Scarsella, tra i primi ad arrivare con il 118  «Non si possono dimenticare i volti delle persone, pietrificati e coperti di polvere»

di Marina Marinucci

L’AQUILA. «Siamo scappati in fretta e furia dalla nostra casa in via Aldo Moro, mettendoci addosso le prime cose che ci sono capitate tra le mani. In quel momento non sapevamo ancora che la città era crollata e che di lì a poco sarebbe stato come entrare in un girone infernale, tra crolli, devastazione e morte». Americo Scarsella, medico del 118, inizia così il racconto di quella notte di 12 anni fa, della corsa verso Pagliare di Sassa, per accertarsi delle condizioni dei familiari di sua moglie.

VIA DA CASA. «E in quel breve tragitto che sembrava non finire più, con mio figlio e mia moglie in auto, ho acceso la radio. Impossibile dimenticare quella voce che parlava di un violento terremoto all’Aquila e, fino a quel momento, di due vittime. In macchina avevo solo la giacca della divisa», ricorda Scarsella, «ho lasciato i miei a Pagliare in un prato dove si era radunato tutto il paese e sono corso in ospedale».

L’ARRIVO AL SAN SALVATORE. Ho attraversato il parcheggio davanti all’obitorio e tutto sembrava irreale. Fuori la chiesetta del San Salvatore ho incrociato un uomo che aveva una vistosa ferita a un braccio. Sono entrato con lui al pronto soccorso e lì c’erano già dei feriti. Erano coperti di polvere e avevano il terrore dipinto sul volto. Su una barella c’era una persona ormai deceduta. Sulle scale che portano al 118 alcuni pannelli erano crollati. Scendendo ho incrociato due infermieri, Claudio Mugnaini e Angelo Moro, e gli autisti Mario Feliciani e Alberico Bonomo, Il nostro primario, Gino Bianchi, quella notte in servizio, era già uscito con un’altra ambulanza. Senza perdere altro tempo siamo partiti con i due mezzi disponibili diretti verso L’Aquila dove abbiamo trovato l’apocalisse. Poco più sopra del tribunale c’era gente che scavava a mani nude, i vigili del fuoco ci hanno detto di proseguire fino alla Casa dello studente. E così abbiamo fatto».

LA CASA DELLO STUDENTE I vigili del fuoco stavano tentando di farsi strada tra le macerie, di infilarsi in una piccola cavità. Sopra di loro c’era una trave in cemento armato penzolante e ad ogni nuova scossa dovevano venir via per la minaccia di altri crolli. Il caposquadra ci ha detto che si sentivano delle voci. Un’ambulanza è rimasta lì, con l’altra siamo andati verso il ponte Belvedere ma all’ingresso di via Roio ci siamo trovati davanti un altro monte di macerie e un ragazzo che urlava che lì sotto c’erano i suoi nonni. Un monte insormontabile».

Una via crucis del dolore e dell’impotenza», nel racconto del medico. Poi quel ragazzo ferito estratto dalle macerie della Casa dello studente a riaccendere la speranza nei volti dei soccorritori. «Stranamente», continua Scarsella, «solo quando l’ambulanza è partita con a bordo il ragazzo ferito, mi sono accorto guardandomi intorno di altri palazzi venuti giù».

SOCCORSI IN CENTRO. «Ci è stato comunicato di andare al Convitto, ai Quattro cantoni, dove veniva segnalata la presenza di studenti rimasti sotto le macerie. Ma arrivare lì è stata un’impresa. Siamo passati a sirene spiegate su via Indipendenza e una volta sbucati in piazza Duomo è accaduto qualcosa che non potrò mai dimenticare», dice Scarsella con la voce rotta dal pianto. «C’erano tante persone. Tra loro anche alcuni feriti. Quando ci hanno visto arrivare ci sono venuti tutti incontro, siamo stati quasi circondati. I volti pietrificati dalla paura, resi irriconoscibili dalla polvere. Una ragazza aveva un braccio sanguinante, un prete camminava con lo sguardo assente e la tonaca imbiancata. Cercavano soccorso, informazioni e rassicurazioni. Nessuno sapeva cosa fare. In pochi minuti abbiamo dato fondo a bende, cerotti, a tutto quello che era utilizzabile per le medicazioni. Abbiamo detto a chi stava bene di incamminarsi verso piazza D’Armi. Sembrava di essere nel mezzo di un esodo biblico».

IMPOTENZA E SMARRIMENTO. «E poi il dolore davanti al Convitto e il ricordo di un uomo che sbattendo la testa contro un muro urlava “vi prego salvate mio figlio”. E dal Convitto di nuovo in via XX Settembre dove c’erano altre persone ferite da portare in ospedale, con il pronto soccorso ormai pieno. Una corsa contro il tempo da una parte all’altra della città dove cominciavano ad arrivare i soccorsi dall’Abruzzo».

L’OSPEDALE TRINCEA. «I colleghi del pronto soccorso cercavano di fronteggiare l’emergenza come potevano. C’era un muro sporco di sangue, ci siamo organizzati: i pazienti venivano curati e portati fuori dove c’erano due o tre ambulanze fisse che facevano la spola con l’elicottero per il trasporto verso altre strutture ospedaliere. Sono arrivati a dar man forte anche gli elicotteri dell’aeronautica militare. Poi l’evacuazione dell’intero ospedale. Una notte interminabile e all’alba io ho visto solo smarrimento e incredulità». Fin qui il racconto di quella notte terribile. Una notte di dolore che ha segnato la vita degli aquilani raccontata da uno dei medici del 118 dell’Aquila, uno dei primi ad accorrere anni dopo anche ad Amatrice.

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