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VELENI BUSSI, BONIFICHE AL PALO DOPO 13 ANNI, LE ACCUSE DELLA COMMISSIONE REGIONALE

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PESCARA – La discarica di veleni chimici più grande d’Europa, quella di Bussi sul Tirino, in provincia di Pescara, dove si concentra circa un terzo di tutte le acque dell’Abruzzo che dopo 13 anni registra lavori di bonifica a rilento, o mai cominciati, in particolare da parte della multinazionale Edison, complici i ritardi burocratici, inchieste giudiziarie ed estenuanti contenziosi giudiziari; un sito di interesse comunitario di 232 ettari che non ha ancora una perimetrazione completa, lasciando fuori aree con ogni probabilità inquinate, su cui mancano analisi  delle sostanze e l’individuazione dei responsabili; ed ancora non si ha uno straccio di  studio epidemiologico aggiornato e completo sugli effetti per la salute di circa  400.000 persone che vivono sul territorio e hanno bevuto per anni l’acqua contaminata delle falde.

Ed ancora nessuna certezza, scritta nera su bianco, che siano ancora a disposizione della Regione Abruzzo i 50 milioni stanziati nel 2011 dal Ministero per il primo intervento di bonifica.

E’ un quadro allarmante e impietoso, quello che emerge nelle 145 pagine pagine della relazione finale della commissione d’inchiesta del consiglio regionale abruzzese “Sito di interesse nazionale di Bussi sul Tirino – Tutela della salute dei cittadini, bonifica e reindustrializzazione”, presieduta dal consigliere regionale di opposizione, Antonio Blasioli, del Pd, esito di decine di audizioni, sopralluoghi e acquisizioni di documenti, dal suo insediamento avvenuto nel luglio 2019.

Il documento, sul quale è stato mantenuto il massimo riserbo, sarà presentato e discusso domani nel corso della seduta straordinaria del Consiglio regionale che si svolgerà all’Aquila.

Nel corposo lavoro si invita la maggioranza regionale di centrodestra a vigilare affinché si provveda nel più breve tempo possibile ad un efficace piano di bonifica teso a rimuovere definitivamente i veleni: nella relazione si fa un quadro allarmante nello stilare un bilancio su cosa è accaduto in 13 anni, da quando le varie discariche a “servizio” del polo chimico di Bussi, furono scoperte dal Corpo forestale dello Stato, nel 2007  in località “I Tre Monti”, 185 mila metri cubi di inquinanti come cloroformio, tetracloruro di carbonio, esacloroetano, tricloroetilene, triclorobenzeni, metalli pesanti, a cui ha fatto seguito la scoperta di discariche nei terreni tra il paese e l’insediamento industriale, salita alla ribalta delle cronache come “2A” e “2B”, e poi ancora, a valle e lungo il fiume Pescara, dei siti di piano d’Orta, nel comune di Bolognano (Pescara).

“Questa situazione – si legge nella relazione -, deve far riflettere sul tempo che sarà ancora necessario per avere la bonifica di tutte quelle aree e sugli organici a disposizione di Polizia provinciale di Pescara. Il forte ritardo nella caratterizzazione delle aree, nell’individuazione del soggetto inquinatore e nelle misure di prevenzione o messa in sicurezza, espone l’ambiente ancora all’inquinamento, ritarda una fotografia adeguata del complesso del sito d’interessa nazionale e preclude una quantificazione della somma necessaria per la bonifica dell’intero Sin”.

Nella relazione si affronta anche la mancata bonifica, “ordinata” alla Edison dalle risultanze dei lungi processi, e si sottolinea che nessun documento ufficiale è a disposizione della Regione Abruzzo per il ripristino dei 50 milioni stanziati nel 2011 su iniziativa dell’allora sottosegretario all’Economia con delega al Cipe e alla ricostruzione post terremoto dell’Aquila, l’abruzzese Giovanni Legnini, del Pd, diventato poi vice presidente del Csm e consigliere regionale abruzzese e come tale primo presidente della commissione di inchiesta su Bussi.

Ora Legnini è commissario per la ricostruzione del sisma del centro Italia, carica che ha assunto dopo essersi dimesso dal Consiglio regionale. Fondi con i quali l’allora commissario, Adriano Goio, aveva bandito una gara e affidato il complesso e importante compito, erano stato revocati lo scorso anno dall’ex ministro dell’Ambiente Sergio Costa, del M5S, somma ripristinata poi dal Tar.

Una vicenda costellata di inchieste giudiziarie e continui colpi di scena, a cui la relazione non può che dare rilievo, essendo questa una delle principali cause della vergognosa opera incompiuta.

L’ultima pochi giorni fa, con l’iscrizione nel registro degli indagati  da parte della Procura di Pescara, del sindaco di Bussi, Salvatore Lagatta, assieme ai due quadri dirigenziali   di Solvay e tre di Edison, per presunte responsabilità dei ritardi della bonifica dello stabilimento, delle discariche 2A e 2B e Tre Monti.

Clamorosa la vicenda in sede civile relativa alla sola discarica 2a e 2b: dopo un estenuante contenzioso, il Tar del Lazio ha annullato la decisione del Ministero dell’Ambiente, retto ministro Sergio Costa, area M5s, di cancellare, nel dicembre 2019, provocando dure polemiche da parte della Regione Abruzzo, del comune di Bussi e degli ambientalisti, il provvedimento di aggiudicazione del bando di gara per la bonifica assegnata già alla Dec Deme nel 2018, con i soldi, 38 milioni circa, in cassa da anni, attinti dai fondi post sisma 2009, per avviare i lavori, e presentare poi le fatture alla Edison.

Il ministero, con una decisione ancor più clamorosa ha deciso di fare ricorso al Consiglio di Stato che si pronuncerà  il 13 maggio prossimo, ma a febbraio ha intanto rigettato la richiesta di sospensiva e ha respinto la pretesa del Ministero e di Edison di sospendere l’efficacia della sentenza del Tar.  La società che ha vinto la gara può adesso integrare il progetto al fine di superare i rilievi e le osservazioni che erano state sollevati.

Nel frattempo, la Edison con una altra sentenza del Consiglio di Stato, è stata dichiarata responsabile dell’inquinamento.

Per quanto riguarda invece nello specifico la discarica tre Monti, la Corte d’Assise d’Appello dell’Aquila, pur riconoscendo la responsabilità del disastro, aggravato dalla colpa


cosciente, per alcuni degli imputati, tutti ex manager della Montedison, poi divenuta Edison, ha dichiarato la prescrizione per il reato di avvelenamento, sentenza confermata dalla Cassazione. E’ partita dunque in sede civile l’azione risarcitoria da parte di Ministero e Regione, quantificata in mezzo miliardo di euro.

La Edison respinge ogni addebito e invoca la prescrizione. L’ultima udienza si è tenuta il 20 gennaio 2020,  e ancora non è stata sciolta la riserva, circa la prescrizione e l’ammissibilità dei mezzi istruttori.

In ogni caso la Edison, comunque responsabile dell’inquinamento, ha avviato nella discarica Tre Monti nel gennaio 2020, il progetto di bonifica presentato nel 2018 a Ministero dell’Ambiente, che prevede la rimozione dei 33mila metri cubi di veleni depositati in modo abusivo dagli anni ’60 in riva al fiume Tirino, per ora messi in sicurezza nel 2014  dal compianto commissario Adriano Goio scomparso nel marzo del 2016, con una copertura, senza che però questo intervento di emergenza si in grado di azzerare l’inquinamento.

La tecnica che deve ora essere adottata è quella del  “desorbimento termico”, che richiederà un riscaldamento dell’area sotto la protezione del capping, in modo da trasformare le sostanze tossiche in gas e assorbirle in sicurezza”.

Sono passati però intanto 13 anni, e l’Agenzia regionale della tutela Ambientale (Arta) attesta che i veleni continuano ad inquinare le falde, ed è ben lungi l’applicazione del principio etico e giuridico del “chi inquina paga”.

Riassunta la complessa vicenda giudiziaria veniamo dunque alle conclusioni a cui è arrivata la commissione d’inchiesta del consiglio regionale.

Molti i punti critici, che riguardano un territorio fortemente inquinato che  sviluppa nei territori di undici comuni (Alanno, Bolognano, Bussi sul Tirino, Castiglione a Casauria, Chieti, Manoppello, Popoli, Rosciano, Scafa, Tocco da Casauria, Torre dei Passeri) e si estende dal polo chimico ad aree limitrofe, passando attraverso le Gole di Popoli, lungo la Valle del Pescara, fino alla confluenza del fiume Orta.

Cominciamo dal giallo dei 50 milioni stanziati da Giovanni Legnini per la bonifica e reindustrializzazione del sito di Bussi. E che il Ministero dell’Ambiente avrebbe scippato dopo aver annullato la gara assegnata alla Dec Deme: dopo i durissimi attacchi del presidente Marco Marsilio, di Fratelli d’Italia, l’ex sottosegretario Roberto Morassut, del Pd, aveva assicurato a luglio scorso che l’Abruzzo non avrebbe perso un euro, ovvero che “le risorse pubbliche già destinate alla bonifica per 50 milioni e attribuite alla ‘contabilità speciale’, e che dovevano servire a finanziare l’intervento a spese dello Stato, torneranno a breve nella disponibilità del ministero dell’Ambiente”. Potranno, allora, “essere utilizzate, d’intesa con la Regione Abruzzo, per altri interventi di bonifica all’interno” dello stesso sito.

Si legge a tal proposito nella relazione: ” il ministero ha specificato di aver richiesto la riassegnazione delle somme tanto che con nota con nota del 25 giugno 2020 ha sollecitato


la Regione Abruzzo, a individuare gli interventi da effettuare. Ad oggi sembra che la Regione Abruzzo non abbia riscontrato questa richiesta ma è quanto mai opportuno accertarsi che i fondi tornino a disposizione della contabilità che fa capo al Ministero”. Tradotto: non c’è ancora certezza che questi fondi ci siano effettivamente”.

Altro aspetto cruciale, ancor più dei soldi è che manca ancora un Piano epidemiologico completo, che analizzi tutti gli anni in cui l’acqua delle sorgenti, in primis quella di Pozzi Sant’Angelo, è stata contaminata ed è entrata in 400.000 utenze circa della Valle del Pescara”.

Ci sono stati infatti negli anni, si illustra nella relazione, tentativi e studi parziali dell’ Agenzia sanitaria regionale (Asr), nel 2012 e nel 2014, e  nel 2015 dopo l’istituzione del Registro dei tumori, in base alla quale si è evidenziato che l’incidenza e insorgenza dei tumori,  nei Comuni di Bussi e di Popoli su un periodo di 10 anni esaminato, dal 2004-al 2013, è stata pari a  620 casi di malattie neoplastiche, 66 al di sopra di quanto atteso, in base ai dati normalmente usati in questi studi epidemiologici, mentre aspetto inquietante, i Comuni limitrofi presentavano 53 casi in meno.

Altra forte criticità è che “dopo 13 anni il sito non ha ancora una perimetrazione completa, rispetto a quella decisa nel decreto ministeriale del maggio 2008, quando è stato dichiarata l’area sito di interesse comunitario”, esteso circa 232 ettari.

In particolare la giunta Regionale non ha ancora avanzato, né si conosce se intende farlo, alcuna richiesta di allargamento del Sin nel territorio di Piano d’Orta nel comune di Bolognano, nonostante l’Arta abbia segnalato la presenza di ulteriori rifiuti industriali, pericolosi e non pericolosi, riconducibili alle pregresse attività industriali.  Nulla di fatto nemmeno per l’area di “Bosco Marrama” o “Sant’Antonio”, nel comune di Popoli,  e soprattutto l’intera asta fluviale e la foce del Fiume Pescara “su cui è mancato un vero studio, fatta eccezione per alcuni monitoraggi svolti nel 2003 per la ricerca di metalli e solventi clorurati e nel 2006 per l’individuazione di cloroformio”.

Si commenta nella relazione: “La mancanza di uno studio adeguato su tutta l’asta fluviale e alla foce è forse la ragione per cui il fiume oggi non è parte del Sin, ma è innegabile che dovrebbe essere il principale obiettivo del risanamento ambientale e della riparazione compensativa per cui è ancora pendente una causa di risarcimento danni avverso Edison”.

Altra questione aperta è che manca  per molte aree dei 232 ettari del Sin la caratterizzazione dei veleni presenti e l’individuazione del soggetto inquinatore ad opera della Polizia provinciale di Pescara, in particolare nel territorio di Bolognano.

Anche dove, come nella discarica Tre Monti, la bonifica ha mosso in primi passi, si registrano ritardi di natura essenzialmente burocratici:  da parte della Regione Abruzzo nel rilasciare l’Autorizzazione unica ambientale,  per l’emissione in atmosfera degli effluenti gassosi, nell’area dove la Edison intende sperimentare  la tecnica del desorbimento termico, che si è sommato ai ritardi con cui la stessa Edison ha presentato il piano di bonifica.

Partiti i lavori, si ammonisce nella relazione, “bisognerà verificare con attenzione gli effettivi risultati e in caso contrario attenzionare che anche per l’area nord si effettui una rimozione dei rifiuti come previsto.

Lo stesso non si può dire però dell’area interna al sito industriale: nel dicembre 2019 la polizia Provinciale ha individuato il soggetto inquinatore in Edison. Il destinatario dell’ordinanza ha provveduto alla sua impugnazione e “non è partita alcuna ulteriore attività di messa in sicurezza permanente”.

Per quanto riguarda poi la discarica 2A e 2B, al di là dell’esito della decisione del Consiglio di Stato del 13 maggio,  a prescindere da chi dovrà fare la bonifica, punto fermo è che  essa “potrebbe avvenire con diverse modalità ma se finalizzata alla reindustrializzazione dell’area, che è la scelta compiuta negli anni passati, essa non potrà che avvenire con la completa rimozione dei rifiuti e su questo occorrerà vigilare”. Non basta insomma il semplice capping.

Per quanto riguarda Piano d’Orta, i lavori di bonifica sono partiti il 9 novembre 2020 con l’accantieramento di Edison. Resta il nodo rappresentato dalla bonifica dell’immobile ancora presente e di proprietà della Moligean s.r.l,  e  “va inoltre considerata che la richiesta di Regione e Comune di Bolognano per l’utilizzo di fondi di cui all’Accordo di Programma del 2011 ha incontrato il favore del ministero ma alla Commissione non risulta se è ancora avvenuta la rimodulazione.

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