cronaca

“Non sono né ‘lui’, né ‘lei’. Chiamatemi ‘loro'”. Come rivolgersi a una persona non binaria

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Nei Paesi anglofoni le persone transgender o non binarie usano la frase “my pronouns are they / them” per chiedere che venga usato il pronome di terza persona plurale “they” anche quando ci si riferisce singolarmente a ciascuno/a di loro. In inglese questa scelta grammaticale viene chiamata “singular they” (letteralmente il “loro singolare”), un pronome che rispetta l’interlocutore o l’interlocutrice in quanto non costringe a scegliere tra il pronome di terza persona singolare maschile “he” (lui) e quello femminile “she” (lei). 

Il “singular they” in Star Trek Discovery

“Adira, non ‘lei’. Non mi identifico come una ‘lei’ o una donna, perciò… Io preferisco Adira e basta d’ora in poi”. Chi segue le avventure della Flotta Stellare avranno riconosciuto, in queste parole, il coming out di Adira Tal (Blu del Barrio) nella serie tv distribuita da Netflix. Nell’ottavo episodio della terza stagione, l’assistente dell’ufficiale scientifico chiede – nella versione italiana – di usare soltanto il suo nome ma non il pronome femminile.

Ascoltando l’originale inglese invece si scopre qualcos’altro: “‘They’, not ‘she’. I’ve never felt like a ‘she’ or a ‘her’, so… I would prefer ‘they’ or ‘them’ from now on”. La traduzione nei sottotitoli italiani è “‘Loro’, non ‘lei’. Non mi sono mai sentita una ‘lei’, perciò… D’ora in poi, preferisco ‘loro’”.

Questa attestazione conferma il largo uso in lingua inglese del “singular they”: chi non si riconosce in un’identità di genere binaria (quindi né maschile né femminile) preferisce il pronome epiceno “they”, che cioè non fa distinzione in base al genere, al contrario dei pronomi singolari “he” e “she”.

Si tratta di un’innovazione linguistica così rilevante che negli Stati Uniti la prestigiosa American Dialect Society ha scelto “singular they” come parola dell’anno nel 2015 e come parola del decennio nel 2019.

“Lei”, “lui”, o “loro”?

Se siamo d’accordo sull’uso del pronome maschile o femminile per rispettare il genere di elezione di una persona transgender, l’uso del “singular they” per le persone anglofone non binarie genera difficoltà in una lingua come l’italiano

Come se ne deve parlare in italiano ce lo spiega la terminologa e blogger Licia Corbolante: “Non ha molto senso tradurre letteralmente ‘they’ con ‘loro’ – afferma Corbolante – perché l’uso del genere grammaticale e dei pronomi in inglese e in italiano non è equiparabile. La differenza tra le due lingue riguarda innanzitutto il genere grammaticale. In italiano tutti i sostantivi e i relativi aggettivi, participi passati e pronomi sono marcati come maschili o femminili; se il riferimento è a persone, di solito il genere grammaticale coincide anche con il cosiddetto genere naturale, per cui il sesso viene identificato esplicitamente. In inglese invece il genere grammaticale è praticamente inesistente e quindi è più semplice esprimersi evitando ogni caratterizzazione sessuale. È sufficiente evitare alcuni sostantivi e i pochi pronomi personali e aggettivi possessivi che differenziano in base al sesso. Il ‘singular they’ consente di farlo efficacemente perché si sostituisce a ‘he’ e ‘she’ e forme correlate”.

Quindi il “singular they” non può funzionare nella nostra lingua, si dirà. “Da un punto di vista grammaticale, il ‘singular they’ inglese non è una novità ma conferisce una nuova funzione a un meccanismo a cui l’inglese ricorre già da secoli. Si usa quando l’antecedente è un pronome indefinito (if anyone phones, tell them I am not in, letteralmente “se qualcuno telefona, di’ loro che non sono in ufficio”) oppure se ci riferisce genericamente a una persona di cui non si conosce il sesso o non è rilevante (ask your doctor if they offer home visits, chiedi al tuo dottore se effettua visite a domicilio, letteralmente “chiedi al tuo dottore se loro effettuano visite a domicilio”). L’innovazione consiste nell’usare il ‘singular they’ anche in riferimento a una persona conosciuta: If John phones, tell them that they left their umbrella in my car; tell them that I found it (letteralmente: se John telefona, di’ loro che hanno dimenticato il loro ombrello qui; con il pronome maschile singolare la frase sarebbe invece … tell him that he left his umbrella…). Dubito che in italiano un espediente simile potrebbe funzionare: sarebbe una novità artificiosa che non ha precedenti già familiari ai parlanti e un’eventuale richiesta d’uso potrebbe essere confusa con il ‘loro’ pronome allocutivo reverenziale”.

In inglese i pronomi personali soggetto come “he”, “she” e “they” sono obbligatori, quindi hanno un ruolo essenziale nella costruzione della frase, mentre in italiano possono essere omessi. “Il problema principale, però – aggiunge Corbolante – è che se anche provassimo a usare ‘loro’ come potenziale pronome oggetto neutro, sul modello inglese, dovremmo comunque continuare ad accordare al maschile e al femminile sostantivi, aggettivi e participi passati. In italiano non ha quindi molto senso tradurre letteralmente ‘they’ con ‘loro’ e ancora meno cercare di importare soluzioni da una lingua che ricorre a meccanismi grammaticali diversi perché il genere rimarrebbe comunque marcato”.

Più possibilista è invece la sociolinguista Vera Gheno, collaboratrice della casa editrice Zanichelli: “Nei paesi anglofoni – spiega a Repubblica – si sta diffondendo l’uso di specificare, tra parentesi, i pronomi personali con i quali si vuole essere appellati: ad esempio Vera Gheno (she/her). Questo accade per gli account social come pure nelle firme delle email, perfino nei poster di panel e convegni. Se questa fosse la soluzione adottata dalla maggioranza delle persone che non si riconoscono nel maschile e nel femminile, anche ‘loro’, con tutti i suoi limiti, potrebbe entrare nell’uso: le scelte dei parlanti non sono sempre ‘logiche’”.

Le altre possibilità, dall’asterisco * alla schwa ?

Siamo ancora lontani, tuttavia, da una soluzione condivisa. “Ci sono tante sperimentazioni venute dal movimento lgbtq+ e femminista – afferma Gheno – come l’asterisco, la x, la u, la y, la barra, l’apostrofo, lo schwa (?), eccetera. Ognuna di queste soluzioni ha i suoi vantaggi e svantaggi. Bisogna prendere atto dell’esistenza di un limite espressivo sentito da alcuni membri della nostra comunità linguistica, come le persone non binarie, e lavorare alla ricerca di una soluzione accettabile per tutti, tutte e tutt?”.

La casa editrice EffeQu, ad esempio, sta sperimentando lo schwa nella sua serie dei Saggi Pop. La prima uscita è stata “Il contrario della solitudine” di Marcia Tiburi, che nell’originale portoghese brasiliano usa “todos, todas, todes” tradotto appunto in “tutti, tutte, tutt?”. Elia Bonci, giovane ragazzo transgender che sta facendo un’importante opera divulgativa sui social con il nickname elia.lien, racconta che quando si riferisce a una persona di cui non conosce i pronomi, toglie semplicemente la lettera finale: “Ti sei trovat’ bene?”. “Insomma, si può chiedere alle persone come vogliano essere appellate – conclude Gheno – e nel frattempo si può parlare usando delle circonlocuzioni. Quasi tutto è riformulabile togliendo riferimenti al maschile e al femminile”.

Un’alternativa proposta dalla comunità queer è invece il ricorso ai pronomi indefiniti o ai verbi impersonali: invece di chiedere, ad esempio, “ieri ti sei divertita?” o “ieri ti sei divertito?” si potrebbe chiedere “è stato divertente?”. A confermarlo a Repubblica è l’ingegnere e attivista non binario Ethan Bonali: “Io stesso ho iniziato così nell’ambiente di lavoro fino a quando colleghi e collaboratori si sono adattati”. “Attenzione però – continua Bonali – non tutte le persone non binarie utilizzano un pronome non binario, e non dico ‘neutro’ perché non è corretto pensare che il genere non binario sia l’assenza di maschile e femminile, cioè la cancellazione dei due: è semplicemente altro, un cambio di paradigma nel genere”.

Tuttavia è innegabile che questa ricerca continua del termine giusto introduca un elemento di forzatura che ci costringerebbe a pensare continuamente proprio a quello che si vorrebbe evitare di pronunciare. In ogni caso, se il rispetto passa anche dal linguaggio, le persone non binarie meritano attenzione a cominciare dalle parole che utilizziamo. L’accortezza che possiamo avere è quella di analizzare il contesto, capire il modo in cui la persona non binaria usa i pronomi per riferirsi a se stessa e chiamarla semplicemente col proprio nome e pronome di elezione.

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