cronaca

I volontari sul luogo della tragedia del Lago Maggiore: “La corsa per salvarli ma in mezzo al bosco contavamo i morti”

i-volontari-sul-luogo-della-tragedia-del-lago-maggiore:-“la-corsa-per-salvarli-ma-in-mezzo-al-bosco-contavamo-i-morti”

Quello delle pale dell’eliambulanza del 118 è l’unico rumore che si sente nel bosco dove è precipitata la cabina della funivia del Mottarone con il suo carico di 15 vite, quando Franco Gazzola, arriva sul posto. È il viceresponsabile del soccorso alpino e speleologico del Vco, il primo a ricevere la notizia di quello che era successo. «C’era questo medico che saltava da un corpo all’altro cercando qualcuno da salvare e da rianimare, ma ogni volta scuoteva la testa e ci diceva di portare i teli per coprirli». In poco tempo la zona si è riempita di mezzi e uomini, carabinieri, vigili del fuoco, guardia di finanza, polizia, soccorso alpino. Decine di persone con la stessa sensazione di essere impotenti di fronte a quella scena. Con loro c’è anche la sindaca di Stresa, Marcella Severino: «Mi sono trovata davanti un’immagine terribile», dice.

«Intorno alle 12 mi ha chiamato il responsabile della funivia, mi ha detto che era caduta la cabina, gli ho detto di chiamare il 112, io ho avvisato tutti i volontari e mi sono messo in macchina ma da Omegna ci vogliono tre quarti d’ora ad arrivare al Mottarone», prosegue Gazzola. Su quella strada non prende nemmeno il cellulare, sono 45 minuti di buio in cui Gazzola spera: «Succede a volte in montagna che si stacchi la corrente, che si blocchi la risalita — dice — Nel 2000 avevamo dovuto recuperare i passeggeri perché la corrente era mancata all’improvviso e si era bloccata la funivia. Ho sperato che non fosse davvero precipitata una cabina e che potessimo soccorrere i sopravvissuti, non contare soltanto le vittime».

Al suo arrivo l’elicottero del 118 riparte con gli unici due sopravvissuti, due bambini, ma soltanto uno si salverà. «Tutt’intorno, tra i tronchi c’erano i corpi delle vittime, sbalzati anche a dieci metri di distanza. Cinque erano ancora tra le lamiere della cabina schiacciata. In trent’anni di soccorso alpino non ho mai visto niente del genere». E lo ripete anche il responsabile del soccorso alpino di Verbania, Matteo Gasparini: «Erano cinque morti, poi sono diventati 13. Una cosa così grossa non l’ho mai vissuta qui, sono stato a Rigopiano e in altri eventi tragici in Italia, ma da noi mai così».

L’adrenalina della corsa contro il tempo per salvare una vita lascia il posto allo sfinimento di una giornata passata ad aspettare l’autorizzazione per spostare i resti delle vittime. «Quando i due bambini sono partiti in elicottero, ci siamo resi conto che non c’era nessun altro da salvare. È ancora difficile rendersene conto anche se chi fa il volontario come me sa benissimo che può trovarsi davanti scene terribili». I soccorritori si sono occupati anche della messa in sicurezza della funivia, ora sotto sequestro. «Conosco bene la funivia perché la stazione di Omegna è responsabile di questo pezzo di territorio piemontese, ma non saprei dire che cosa sia successo. Ho visto i cavi a terra, so che la cabina era quella in salita, ma non mi spiego come sia precipitata. È stato un urto tremendo. Un volo di venti metri».

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: