cronaca

IL RUGGITO / Ci restano solo 10 anni

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In principio Dio creò il cielo e la terra. L’incipit più famoso della storia dell’umanità — il primo atto di Dio — riguarda la terra. È impossibile sminuirne l’importanza. E d’altronde chi mai potrebbe farlo? Siamo qui perché c’è una terra che ci ospita. La terra è la casa della vita e nonostante si senta spesso dire che in un universo infinitamente grande la vita debba, necessariamente, essere molto diffusa, per ora e in attesa di improbabili sviluppi, l’unico luogo dell’universo in cui la vita prospera è proprio il nostro meraviglioso pianeta. Faremmo bene a tenerlo a mente.

La vita è merce talmente rara che la terra, potrebbe tranquillamente essere l’unico luogo vivo dell’universo. Provate a immaginare se tutte le ipotesi sulla diffusione della vita nell’universo fossero campate per aria — non dovrebbe essere difficile non essendoci un solo straccio di prova che sostenga l’incontrario. Se il sottilissimo strato che da, più o meno 10.000 metri sotto il livello del mare fino a 10.000 metri al di sopra di esso, fosse l’unico luogo ad ospitare la vita, la cosa non potrebbe essere trattata come irrilevante. A parte ogni considerazione sull’incredibile fortuna che farebbe degli abitanti della terra, gli unici vincitori di una lotteria intergalattica, c’è da considerare la responsabilità che ognuno di noi avrebbe nella preservazione di questo bene unico.

Pensare alla vita come qualcosa di estremamente comune, e quindi consumabile, infatti, immagino sia da una parte un tentativo inconscio di allontanare da noi questo obbligo faticoso e dall’altra una conseguenza della scarsa considerazione che, in fondo, abbiamo per il nostro mirabolante pianeta. Poiché ci viviamo, pensiamo che debba essere qualcosa di comune.

Ci restano solo pochi anni. Meno di 10 ormai, per l’esattezza, per contenere il riscaldamento globale. È pochissimo, per poter dare una svolta. E oggi diventa ancora più urgente “guarire” il pianeta. Mai come ora serve far rivivere gli ecosistemi che supportano tutta la vita sulla Terra. Più sani sono i nostri ecosistemi, più sano è il pianeta e più è sano anche l’uomo che lo abita.

Lo sanno, perchè l’hanno studiato dagli scienziati, e lo ripetono come un mantra anche i giovani attivisti del movimento Fridays for future che ogni venerdì scendono in piazza (nell’ultimo anno, spesso in modo virtuale, ndr) per manifestare contro le politiche inattive dei governi sul riscaldamento globale. Dopo quasi tre anni di sciopero anche Greta Thunberg, che oggi è cresciuta ed è diventata maggiorenne, non nasconde la sua frustrazione.


“Tutto questo sta per diventare un po’ ripetitivo” scrive nel tweet postato lo scorso 22 maggio.

“Sì, è vero, siamo tutti un pò delusi, come tutte le associazioni ambientaliste” spiega Gianfranco Mascia, autore e scrittore del libro “Come osate”. I giovani italiani puntano il dito contro le nuove trivellazioni nell’Adriatico, contro i 19 miliardi di sussidi ai fossili ancora una volta garantiti dall’esecutivo e contro un Recovery plan che non li rappresenta. C’è una critica al piano italiano ma anche a tutti gli altri piani europei: a noi non sembra che siano questi i soldi da spendere per far ricominciare l’economia. I giovani non vogliono tornare alla normalità perchè la normalità era il problema. È come se un auto si stesse schiantando contro un muro e noi anzichè cambiare strada acceleriamo.

Istituita dalle Nazioni unite nel ’72, la Giornata dedicata all’Ambiente si celebra ogni anno il 5 giugno per diffondere e promuovere in tutto il mondo una maggiore consapevolezza delle problematiche ambientali. Il tema della Giornata di quest’anno è il “Ripristino degli Ecosistemi”, con l’obiettivo di prevenire, fermare e invertire i danni inflitti agli ecosistemi del pianeta, cercando dunque di passare dallo sfruttamento della natura alla sua guarigione. La Giornata lancia ufficialmente il Decennio delle Nazioni Unite per il Ripristino dell’Ecosistema, introdotto con la missione globale di far rivivere miliardi di ettari, dalle foreste ai terreni agricoli, dalla cima delle montagne alle profondità del mare. Secondo l’Onu, il ripristino dell’ecosistema può aiutare a proteggere e migliorare i mezzi di sussistenza, combattere le malattie, ridurre il rischio di disastri naturali e contribuire al raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile al 2030. Un recente rapporto del Programnma delle Nazioni Unite per l’Ambiente ha riscontrato che i benefici economici del ripristino degli ecosistemi sono sbalorditivi. Da oggi al 2030, il ripristino di 350 milioni di ettari di ecosistemi terrestri e acquatici degradati potrebbe generare 9.000 miliardi di dollari di servizi ecosistemici, e rimuovere fino a 26 miliardi di tonnellate di gas serra dall’atmosfera. I benefici economici sono dieci volte superiori alla spesa per gli investimenti, mentre non fare nulla è almeno tre volte più costoso che il ripristinare l’ecosistema.

I piani di ripresa dalla pandemia offrono un’opportunità unica per tracciare una nuova strada, conclude l’Onu, spostando gli investimenti verso una “economia del ripristino” che possa fornire milioni di posti di lavoro “verdi. La finestra per prevenire la crisi climatica si sta rapidamente chiudendo poiché la crisi è destinata a peggiorare a meno che non si agisca con urgenza.

Nella Giornata mondiale dell’Ambiente ricordiamo le maggiori emergenze degli ultimi 18 mesi: dalla pandemia alle locuste, dagli incendi in Australia e in Amazzonia, all’acqua alta a Venezia, i messaggi di allarme dal Pianeta si susseguono senza sosta. Il tempo per agire è sempre meno, ora che finalmente la pandemia sta rallentando è arrivato il momento di riflettere. La scienza ha confermato come la diffusione di questo virus sia direttamente e indirettamente collegata ad un rapporto “malato” con la natura, caratterizzato da deforestazione, commercio illegale di animali selvatici, modelli di produzione e di consumo insostenibili a cui si aggiungono i cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità.

Abbiamo saccheggiato quell’ecosistema cui noi stessi apparteniamo. E contemporaneamente celebriamo riti espiatori come la Giornata Mondiale dell’Ambiente. Che sono comunque il segno positivo che il nostro pensiero sta tornando sui suoi passi. Grazie anche alle nuove sensibilità, soprattutto dei millennials, che hanno avviato un necessario ripensamento dei bisogni e dei desideri, dei mezzi e dei fini, una salutare interrogazione sui limiti della crescita e sul senso del progresso. Ma soprattutto, questo misto di consapevolezza e senso di colpa origina quella chiamata di correo che inchioda ciascuno di noi alle proprie responsabilità. Come dire che per salvare il mondo non basta spegnere la luce, comprare l’auto ibrida, mangiare bio. Per poi lavarsene le mani. Ormai è tempo di capire che “only one earth”, come recita lo slogan della giornata che celebriamo oggi, cioè la terra è una sola. E non è tutta nostra. Perché, per dirla con gli Indiani d’America, non l’abbiamo avuta in eredità dai nostri padri. Ma l’abbiamo presa in prestito dai nostri figli.

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