cronaca

Stranieri anche da morti, ai musulmani di Catanzaro negato il diritto di sepoltura

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Meriem e Soukouna riposano vicine. Una ha smesso di respirare poco dopo aver visto la luce, l’altra ha provato a combattere per qualche giorno. Entrambe hanno lasciato di sé famiglie straziate, il cui calvario però non è finito. Le due neonate non possono ancora lasciare le celle frigorifere della morgue di Catanzaro e non si sa quando potranno farlo. In tutta la Calabria non c’è cimitero che le possa accoglierle.  

Motivo? Entrambe sono nate in famiglie di fede musulmana – di origine marocchina Meriam, senegalese Soukouna –   parte integrante di una comunità da decenni stabilmente residente in Calabria, ma dopo la morte costretta a sentirsi straniera. E a migrare, ancora. Cimiteri islamici o laici non ce ne sono. Per Mohammad, il padre di Meriem, è dolore che si aggiunge a dolore. A quella figlia che non ha fatto in tempo a conoscere non potrà prestare attenzioni e cure neanche dopo la morte perché anche la sua tomba sarà lontana. In queste ore sta cercando una tomba per la neonata in altre regioni, perché in tutta la Calabria posto per lei non ce n’è.

A Reggio qualche anno fa è stato inaugurato il cimitero dei migranti, pensato per ospitare le vittime delle traversate del Mediterraneo, ma in cui in seguito ha trovato sepoltura e riposo anche chi in vita ha professato fedi diverse da quella cattolica. Lo spazio, già limitato, si è saturato in fretta. “Da un po’ di tempo Reggio Calabria riserva le sepolture ai residenti nella città metropolitana. Per tutti gli altri, le uniche soluzioni sono o il rimpatrio nel Paese d’origine o una tomba in uno degli ottanta cimiteri islamici d’Italia”.  

A parlare è Antonio Carioti, il presidente di Dar Assalam, l’associazione di volontariato dei musulmani di Catanzaro. Non è straniero, i suoi genitori non arrivano né da un Paese, né da una città diversa, sono italiani, cattolici e catanzaresi. Lui però qualche anno fa ha iniziato un percorso di fede differente da quello della famiglia. Ha iniziato a studiare l’Islam, ne ha approfondito i precetti, ha studiato davvero la religione cattolica per capire le differenze e si è convertito. “Da musulmano mi sono reso conto dei preconcetti che deve affrontare chi professa l’Islam, dei pregiudizi di cui è vittima. Per troppi, Ia nostra fede fa rima con terrorismo, ma è una religione di pace”. E assai più diffusa di quanto si pensi.  

Solo a Catanzaro città vivono stabilmente oltre 2mila musulmani, in tutta la provincia più di 12mila. “E sono stime approssimate per difetto perché risalgono a due-tre anni fa. Ma per le istituzioni – denuncia – siamo fantasmi”. O comunque stranieri, ospiti. “È paradossale – afferma Carioti – perché qui ci sono ormai ragazzi che appartengono alla seconda, se alla non terza generazione. Sono nati e cresciti qui e spesso non hanno mai visto il Paese dei genitori, se non magari per andarci in vacanza. Non ne parlano la lingua, non lo conoscono. Saranno pure nati da famiglie che arrivano dall’Egitto, dal Marocco o dall’Africa, ma sono di Catanzaro perché sono nati e cresciuti qui”. Se muoiono però sono costretti ad andar via. In un’altra regione o in un Paese che non hanno mai conosciuto.  

Da presidente di Dar Assalam, più volte Carioti si è trovato a discutere della cosa con l’amministrazione attualmente guidata dal sindaco Sergio Abramo, perché più e più volte famiglie che hanno subito un lutto si sono rivolte all’associazione per capire come e dove seppellire i propri cari. “La nostra è una richiesta semplice: avere uno spazio per un cimitero islamico. In città ce ne sono quattro, ma sono tutti cattolici. Per l’amministrazione però rispettano tutte le garanzie costituzionali quindi il problema per loro non si pone”. E le famiglie sono costrette a cercare una tomba per i propri cari lontano dalla Catanzaro che hanno scelto come casa. “È una situazione paradossale. E all’amministrazione l’ho fatto presente con un esempio molto semplice: se morissi io – nato e cresciuto a Catanzaro, con famiglia di Catanzaro – ma convertito, dove mi rimpatrierebbero?”. Risposte però non ne sono arrivate.  

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