attualità

E per la Pet Tac c’è l’invito a curarsi altrove 

e-per-la-pet-tac-c’e-l’invito-a-curarsi-altrove 

L’associazione “Il popolo di Chieti”: «Qui uno dei macchinari più vecchi d’Italia, meglio andare via»

CHIETI. «Ci dispiace per l’ottimo personale che lavora nel reparto di Medicina nucleare, ma noi adesso ci dirigiamo altrove. Cerchiamo altre strutture dove curarci». Parole dure quelle dei rappresentanti dell’associazione Il popolo di Chieti, Gianni Di Labio e Roberto Sambenedetto, che, insieme a diverse associazioni di malati oncologici, avevano lanciato una battaglia per far sì che la Asl teatina acquistasse una nuova Pet Tac ed evitasse di continuare a fare gli esami per i malati oncologici con una Pet in affitto dentro due Tir piazzati vicino all’ospedale.

La battaglia, che ha visto anche l’arrivo di due diversi esposti in Procura (uno firmato dalle associazioni e l’altro dal consigliere regionale M5S Sara Marcozzi), si è chiusa con un nulla di fatto. Al di là delle promesse di comprare un nuovo macchinario, la Asl ha provveduto a rinnovare il noleggio della vecchia Pet per circa mezzo milione all’anno, per quattro anni. Il direttore generale Asl Thomas Schael aveva detto di volerne acquistare una nuova che avrebbe trovato posto in una palazzina da costruire. Ma il progetto è stato bocciato a seguito della protesta di tutti i primari dell’ospedale che, per la prima volta uniti, hanno ritenuto paralizzante per le attività ospedaliere un progetto che prevedeva la demolizione di un’intera ala del Santissima Annunziata e la costruzione di un nuovo stabile.

«La Pet con cui si lavora a Chieti», continua Di Labio, «è una delle più vecchie in Italia. Sia Pescara che Teramo possono disporre di macchinari più nuovi e anche più sicuri. A questo punto, noi associazioni indirizziamo chi ha bisogno in questi altri ospedali, oppure all’ospedale di Pozzilli, sebbene sia più lontano. D’altronde, la Asl ha deciso di continuare a spendere soldi per un macchinario vecchio in affitto, anziché comprarne uno nuovo, più sicuro e il cui costo sarebbe stato ammortizzato in qualche anno. Una scelta che lascia l’amaro in bocca in chi si è speso perché le cose potessero funzionare meglio per i malati di cancro». (a.i.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA .

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: