cronaca

“Per il pestaggio in carcere non ripetiamo gli errori del G8 di Genova”

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Ho visto colleghi piangere. Anche io, credetemi, non riesco a pensare ad altro. Ma c’è da andare avanti. E per farlo, non serve soltanto non commettere errori. Ma anche dire le parole giuste. La verità è che quanto accaduto nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere non è il frutto di poche mele marce: è il sistema carcerario italiano che non funziona».

Gennarino de Fazio è un ispettore capo della polizia penitenziaria. Ed è un sindacalista, segretario generale della Uil. In questi giorni di scandalo le sue sono state parole precise, in un certo senso coraggiose: non ha mai nascosto la testa sotto la sabbia.

«Quello che è accaduto a Santa Maria è orribile. Per gli italiani e per chi porta con onore questa divisa. Siamo sconcertati, mortificati e colpiti nell’orgoglio di servitori dello Stato. La polizia penitenziaria non è nulla di quello che si vede nelle immagini. Che però ci sono. Noi abbiamo due possibilità per affrontare quello che è successo: la prima è ridimensionare, parlare di un caso isolato. E secondo me commetteremmo un gravissimo errore. Lo stesso, mi permetto di dire, che ha fatto una certa parte della Polizia dopo i fatti di Genova. Non c’è niente da negare. Niente di cui non vergognarsi. La seconda possibilità che abbiamo è metterci, veramente, nelle condizioni che fatti come quello di Santa Maria non accadano più. Ma non solo Santa Maria: io sono sicuro che quello sia stato un caso davvero straordinario, ma non possiamo negare che il nostro corpo è costantemente colpito da indagini e procedimenti penali per degenerazioni inaccettabili. Ecco: chiediamoci, perché accadono? Cosa è sbagliato?».

Provi a rispondere. Perché accadono?


«C’è un altro dato che io ritengo molto interessante: ogni giorni due agenti di polizia penitenziaria subiscono aggressioni gravi da parte dei detenuti. Immagini se fosse accaduto in qualsiasi altro posto di lavoro: ci sarebbero titoloni ovunque. Invece, da noi niente».

Sta dicendo che gli agenti si difendono soltanto?


«No, assolutamente. Non ho detto questo. Sto dicendo che il carcere è considerato da tutti – dall’opinione pubblica ma anche, e questo penso sia assai più grave, da chi ha responsabilità di direzione diverse, dal ministero al Dipartimento – un luogo in cui il diritto è come sospeso. Un luogo dove tutto può succedere. E questo è inaccettabile perché, al contrario, le case circondariali dovrebbero essere il posto delle regole. Il nostro ruolo sarebbe quello di rappresentare lo Stato. E invece, spesso, lo Stato viene calpestato. I detenuti dovrebbero espiare una pena e soprattutto poter trovare un’altra strada nella società: e invece trovano rabbia, sistemi criminali, calpestano regole come se fossero fuori. Infine, lo Stato: in carcere non fa che calpestare norme. Non ci mette nelle condizioni di lavorare: chiedetevi che formazione facciamo noi? Zero. Che riposi abbiamo? Zero. Il carcere è un luogo dove si violano le regole. Ecco perché poi il sistema impazzisce».

Che serve?


«Spazi più importanti per i detenuti. Formazione per noi agenti. Regole certe. Santa Maria è davanti ai nostri occhi perché un sistema di videosorveglianza funzionava e che, altrove, troppo spesso è cieco. Chiediamo da tempo la dotazione delle body-cam, con un protocollo che ne regolamenti impiego e possibilità di accesso. Noi non abbiamo intenzione di dimenticare. Ma lo Stato non può dimentirarsi il perché».

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