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PERDONANZA, PETROCCHI: “CHIEDIAMO AL SIGNORE CHE PAPA FRANCESCO VENGA AD APRIRE LA PORTA SANTA”

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L’AQUILA – “Chiediamo con insistenza al Signore che Papa Francesco venga tra noi e apra la Porta Santa nella prossima Perdonanza, nel 2022”.

Così il Cardinale Giuseppe Petrocchi,  in un passaggio dell’omelia pronunciata durante la Messa di chiusura della Perdonanza.

Di seguito il testo completo dell’omelia.

Con crescente consapevolezza, teologica e culturale, la Perdonanza ci appare un evento profetico, acceso nella Chiesa dallo Spirito Santo. Non segue le leggi della natura, ma i dinamismi della grazia. E’ come un faro che – a differenza di quanto avviene su piano fisico – proietta una luce che si intensifica nella misura in cui avanza nello spazio e nel tempo. Infatti, più si inoltra in avanti nella storia, più la sua luce aumenta in forza, chiarezza e in ampiezza.

Oggi, dopo sette secoli, comprendiamo meglio la straordinaria “portata” spirituale e umana della Perdonanza, che scaturisce dal “genio” pastorale di Celestino V. Pietro da Morrone era stato eremita: un uomo di Dio abituato a scrutare, alla luce del Vangelo, anche gli angoli più oscuri del suo cuore. Aveva imparato a riconoscere le idee e i sentimenti – buoni e cattivi – che vi erano nascosti. Proprio per questo aveva maturato la capacità di cogliere ciò che si agitava nel cuore del prossimo. Intuiva, con immediatezza, i problemi che scuotevano l’anima degli altri e ne coglieva le cause effettive. In queste sue “esplorazioni ascetiche” aveva compreso che spesso negli strati profondi della personalità si muovono “fattori patogeni”, che fanno “ammalare” l’anima e provocano poi “traumi” nella comunità, ecclesiale e sociale. Tra questi risulta particolarmente distruttivo e contagioso il “rancore”, generato dal perdono-negato. Mosso da questa intuizione, a voce alta si è fatto “eco” dell’appello pressante dell’apostolo Paolo: «vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio» (2Cor 5, 20-21).

La Perdonanza è la celebrazione della misericordia del Padre celeste, donata a noi in Cristo, crocifisso e risorto, e da noi accolta, vissuta e trasmessa agli altri. Ogni giorno il credente impara, con progressiva intensità, a lasciarsi perdonare, a perdonarsi, a chiedere perdono e a offrire perdono.

Si tratta di un “evento” centrale, da vivere come “noi-Chiesa”, da cui dipende largamente la sorte dei singoli come della collettività.

Accogliendo gli insegnamenti dei grandi Maestri della spiritualità cristiana – e confermati da numerosi studiosi di Scienze umane – possiamo affermare che le “idee ed emozioni negative” tendono ad attivare dinamiche distorsive, sia nell’ambito della conoscenza come nell’area dei comportamenti. In particolare, il risentimento esercita una sorta di “cattivo magnetismo” sulla mente, sugli affetti e sulle relazioni, alterando la percezione degli eventi e falsificando le loro proporzioni. E’ come se mettessimo occhiali su cui sono montate “lenti deformanti”: la visione ne verrebbe travisata e la interpretazione delle situazioni risulterebbe “contraffatta”. È facile dedurre che, da questi presupposti cognitivi “guasti”, seguono scelte sbagliate; e il male genera altro male: chi lo compie soffre e fa soffrire.

In tale prospettiva, il percorso interiore del perdono – ricevuto e dato – è un processo di “liberazione”, che disinnesca la strategia perdente dell’odio.

Restituisce, così, autenticità visiva agli occhi e sana i flussi convulsi del cuore: riattiva gradualmente la capacità di pensare e amare nella verità. Ed è l’amore che misura la salute dell’anima. Il perdono, perciò, ha una valenza “terapica” e fornisce una spinta fondamentale alla crescita integrale della persona. Chi perdona non cancella il ricordo di ciò che è accaduto. È amico della sapienza: non ricorre a mistificazioni, mettendo un’etichetta positiva dove compare un evento negativo. Chiama le cose con il loro nome effettivo. Identifica il male e lo denuncia, ma non si lascia intrappolare dal circuito vizioso delle reazioni ostili, anzi, risponde al male con il bene. E, con l’aiuto di Dio, impara anche ad andare “oltre”, riuscendo a ricavare il bene dal male: e sta proprio qui la svolta evangelica.

In un recente documento del Magistero Pontificio si legge: «come sembra difficile tante volte perdonare! Eppure, il perdono è lo strumento posto nelle nostre fragili mani per raggiungere la serenità del cuore. Lasciar cadere il rancore, la rabbia, la violenza e la vendetta sono condizioni necessarie per vivere felici. Accogliamo quindi l’esortazione dell’apostolo: “Non tramonti il sole sopra la vostra ira” (Ef 4,26)» (MV. n.9).

In questo orizzonte, va sottolineato che non sono i problemi la causa prima del nostro malessere, ma il modo in cui li affrontiamo. Bisogna distinguere la “contrarietà” oggettiva e la sua risonanza “dentro” di noi: se l’analisi è condotta con lealtà intellettuale ci accorgiamo che non sono le difficoltà la sorgente delle nostre scontentezze, ma le difficoltà gestite male. Una situazione avversa vissuta “bene”, cioè secondo la volontà di Dio, provoca sofferenza e ci sfida nelle scelte da fare, ma non ci toglie la pace e non colora il futuro con tinte fosche. Non basta, perciò, registrare gli eventi e subirli, occorre “governarli” positivamente: riponendo la fiducia nel Signore, mobilitando le risorse evangeliche di cui disponiamo e cercando buone alleanze in amici virtuosi.

La testimonianza di Giovanni il Battista ci assicura che la fedeltà al bene premia ed ha sempre la meglio, anche quando passa attraverso apparenti sconfitte.

Il Vangelo (cfr. Mc 6, 17-29) ci mette in guardia dalle “strategie” seduttive del male: l’ “Erodiade” di oggi, che cerca di trovare complicità dentro di noi, ci induce ad adottare comportamenti vendicativi. Così, nel momento in cui causiamo un danno agli altri, diventiamo pure vittime di noi stessi (come è accaduto ad Erode), vedendo peggiorate le situazioni già compromesse da cui eravamo partiti.

Le logiche della rivalsa e della ritorsione si rivelano controproducenti: non risolvono i problemi, ma li aggravano e talvolta li cronicizzano.

La Perdonanza chiede di spalancare le porte a Cristo e alla Sua Parola. A coloro che Gli fanno posto il Signore reca il sostegno della Sua presenza e dona “grazia su grazia” (cfr. Gv 1,16). Proprio così! La risposta alle nostre esigenze profonde sta dietro la nostra porta, eppure ci capita di rimanere barricati nei nostri ripostigli psichici, preda dei grovigli mentali e affettivi che ci avvolgono. Siamo simili a persone assetate che stanno a due passi da un flusso abbondante di acqua, ma non si muovono per attingerla e continuano a lamentarsi per l’arsura. Oppure, se vanno alla fonte, mettono il loro bicchiere al contrario, cioè capovolgendolo: così l’acqua, non raccolta nella parte concava, scorre tutta sul “dorso” del bicchiere, senza lasciare all’interno neppure una goccia. Ricordiamolo: per avvalersi dei doni di Dio, occorre mettersi nella condizione di riceverli e tra le premesse necessarie, per garantire il “libero accesso” della grazia nel nostro cuore, compaiono la prontezza a mettersi in discussione, la generosità verso il prossimo e la disponibilità alla conversione. Se siamo occupati da noi stessi e intasati da dinamiche narcisistiche, il Signore che viene non trova posto. Accade, così, che vietiamo a Dio di prendere dimora nella nostra storia. L’Onnipotente – lo sappiamo – rispetta la nostra libertà e si arresta di fronte alla indifferenza o al rigetto con cui Gli sbarriamo il passaggio: ma, se restiamo privi della Sua Verità e della Sua Vita, ci affanniamo invano, perché corriamo dietro a noi stessi e edifichiamo sulla sabbia (cfr. Mt 7,26-27).

La Perdonanza ha una “vocazione-mondo”: possiede un raggio di azione non solo locale, ma universale; si proietta, cioè, oltre le nostre montagne, fino alle estremità della terra. Ha una valenza ecclesiale globale (perché destinata all’intero Popolo di Dio) e dimensione sociale di ampiezza planetaria (perché rivolta all’intera umanità). Il riconoscimento da parte dell’Unesco come patrimonio immateriale dell’umanità rappresenta già, sul piano culturale, un autorevole attestato di questa sua “identità” a tutto campo!

La Perdonanza trasmette un messaggio di Pace rivolto a ogni Popolo, perché la mancanza di misericordia e di riconciliazione è causa scatenante di incomprensioni e conflitti: si attiva, così, la “cattiva filiera” delle ostilità e delle rappresaglie. Come ha scritto Giovanni Paolo II, «i pilastri della vera pace sono la giustizia e quella particolare forma dell’amore che è il perdono»1. È una grazia da invocare, perché la forza del perdono viene da Dio, ma chiede la collaborazione responsabile dell’uomo. Il tema della misericordia è un argomento ritornante nel Magistero e negli interventi pastorali di Papa Francesco: con instancabile dedizione sottolinea costantemente che il perdono rappresenta un punto-fermo su cui far leva per trasformare il mondo, anche in chiave sociale. Afferma con vigore coinvolgente che: «la misericordia è profezia di un mondo nuovo, in cui i beni della terra e del lavoro siano equamente distribuiti e nessuno sia privo del necessario, perché la solidarietà e la condivisione sono la conseguenza concreta della fraternità»2.

L’Aquila deve diventare “Scuola di dialogo”, “Laboratorio” di progetti e iniziative capaci di attivare mediazioni ed istituire percorsi di riconciliazione. Come è noto, la “docenza” deve far rima con “testimonianza”, perché qualunque insegnamento, per essere autorevole e credibile, postula una conferma nella condotta pratica di chi lo professa.

L’ “Anima celestiniana” della Perdonanza – contrassegnata dall’umiltà onesta e coerente – ci obbliga a fare in modo che tra il “dire” e il “fare” non ci sia di mezzo “il mare”, ma “l’amare”. L’amore, infatti, è forza coesiva che consente di tradurre le convinzioni in comportamenti adeguati.

Sappiamo, senza ingenuità illusorie, che il messaggio evangelico incontra resistenze: deve superare ostacoli e vincere spinte avverse. Ma ci conforta, e ci rende perseveranti, la certezza che il Signore agisce a nostro fianco e ci assiste con la Sua forza. È il brano del profeta Geremia che ci garantisce questa alleanza: «ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti» (Ger 1,19).

Giustamente condanniamo le guerre che, sullo scacchiere del mondo, insanguinano il nostro tempo, ma sappiamo bene che spesso – nel nostro microcosmo – si attivano conflitti che, in proporzioni diverse, mettono in campo dinamiche aggressive dello stesso conio. Le prepotenze, le omissioni, i colpi dati con parole offensive e atteggiamenti graffianti, arrivano pure dentro le nostre famiglie e nei rapporti più vicini. C’è bisogno costante di conversione e di crescita nelle virtù, cristiane e umane, nella consapevolezza che l’amore paziente e lungimirante ha l’ultima parola.

La Festa della Perdonanza si chiude, come evento liturgico, ma continua, ogni giorno, come percorso di maturazione integrale: ecclesiale e sociale.

Chi si accosta alla spiritualità celestiniana constata che essa ha una forte impronta mariana, sostenuta da una intensa e filiale devozione: la Basilica di Collemaggio ne è una imponente testimonianza architettonica.

Siamo ancora avvolti nella “cupa notte” della pandemia. Incoraggiati dalla luce della Perdonanza, affidiamo alla intercessione della Madre di Dio coloro che, a causa del virus, hanno perso la vita o sono stati colpiti nella salute. Preghiamo per quanti soffrono a causa di problemi economici o per difficoltà personali, famigliari e sociali.

In particolare, chiediamo con insistenza al Signore che Papa Francesco venga tra noi e apra la Porta Santa nella prossima Perdonanza (2022).

I valori promossi da Celestino V diventino, di più e meglio, spinte propulsive anche per una ricostruzione post-sismica rapida, condivisa e ben condotta.

Dal cuore “trafitto” di questa Città, lo Spirito del Signore faccia scaturire flussi abbondanti di Vita Risorta: contributo importante per edificare la civiltà della riconciliazione e della concordia.

Ringrazio cordialmente l’Amministrazione Comunale per la collaborazione offerta nella organizzazione di questo evento e per la disponibilità dimostrata nel garantire i servizi necessari alla buona riuscita della celebrazione liturgica. Ringrazio anche la Prefettura, le Forze dell’Ordine e tutti coloro che hanno dato un fattivo e competente contributo.

Affidiamo, tutti e ciascuno, alla intercessione dell’umile Vergine di Nazareth, che viene invocata come “Icona” perfetta della misericordia e proclamata Regina della Pace: sia Lei a guidarci, nel viaggio verso la santità, come Madre, Maestra e Modello!

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