cronaca

La rianimatrice Lidia Dalfino: “Col primo paziente Covid un silenzio assordante nel Policlinico. Vi racconto quelle notti”

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“Evviva!”. Con le virgolette e il punto esclamativo. L’evviva che la dottoressa Lidia Dalfino, 53 anni, dirigente medico e caporeparto nella Rianimazione II del Policlinico diretta dal professor Salvatore Grasso, levò al cielo come un mantra, alle 9,27 del 27 dicembre scorso, quando fu la prima pugliese a ricevere il vaccino anti-Covid. E come un mantra lo pronunciava papà Enrico, raffinato giurista e docente universitario, indimenticato sindaco di Bari fra il 1990 e il 1991, quando aveva raggiunto un traguardo importante. “Lui diceva evviva, evviva! – ricorda ora la figlia – e in effetti quel giorno di dicembre segnò per me un momento importante nella pandemia: vedevo finalmente la luce in un momento in cui i nostri reparti erano strapieni, il nuovo ospedale in Fiera del Levante non era ancora stato avviato e le chance di sopravvivenza per i pazienti più gravi erano spesso poche”. Poi da un cassetto nella sua stanza al Policlinico in cui l’abbiamo incontrata – rigorosamente in mascherina e previa esibizione del Green Pass in portineria – tira fuori una tabella: “Fra il 12 agosto e il 23 settembre dell’anno scorso abbiamo avuto 30 pazienti Covid nel nostro reparto di rianimazione. Nello stesso periodo di quest’anno siamo invece a dieci: cinque per Covid grave, quattro dei quali non vaccinati, e cinque per altre patologie ma positivi al Covid, comprese due persone non vaccinate. Le vaccinazioni sono state determinanti per ridurre di tantissimo il numero dei casi gravi”.


Facciamo un salto ancora più indietro: il 25 febbraio 2020 il Covid arriva in Puglia col paziente 1.


“Nei giorni precedenti abbiamo parlato tanto fra colleghi e ci siamo preparati per l’emergenza. All’arrivo del primo paziente, però, siamo crollati. Il nostro reparto, che solitamente è molto rumoroso, di colpo è piombato in un silenzio assordante. Poi c’è stata una sorta di magia: fra noi operatori è scattata una solidarietà mai vista che ha coinvolto anche i vertici aziendali e il mondo esterno all’ospedale. Quel sostegno è stato preziosissimo per superare tutte le paure”.

“Evviva!”: il grido di gioia della prima vaccinata nel Policlinico di Bari

Quale è stata la paura più difficile da gestire?


“Quella dei familiari. Con loro non potevamo avere alcun contatto fisico, ma soltanto telefonico. Noi medici ci siamo organizzati e a fine turno dovevo sentire fra le 20 e le 30 famiglie. Questo impegno andava avanti fino all’una di notte, quasi sempre, e dopo qualche giorno erano loro, i parenti dei ricoverati, a chiedere a me come mi sentissi”.


Tutti noi da un anno e mezzo a questa parte stiamo vivendo paure e dolori a causa di questo maledetto virus. C’è stato un dolore che l’ha segnata in questi mesi?


“La morte di uno dei nostri pazienti più giovani. Aveva 32 anni e con lui si era instaurato un bellissimo rapporto di amicizia. Il suo quadro clinico si è aggravato di colpo per complicanze improvvise e lui non ce l’ha fatta”.


Andiamo ancora più lontano negli anni: la sua scelta di iscriversi a Medicina e la reazione di suo padre.


“Lui soffriva molto questa scelta. Io non ho mai immaginato di fare altro, però. Sulla mia decisione ha pesato sicuramente anche il fatto che papà avesse un fratello rianimatore”.


Qual è il ricordo più forte che ha di suo padre Enrico?


“Ho un mare di ricordi. Era molto impegnato e il tempo che abbiamo trascorso assieme è stato qualitativamente speciale, ma non quantitativamente. E di quei momenti ricordo davvero tutto: anche le luci e gli odori”.


Agosto 1991. La Vlora sbarca a Bari con il suo carico di cittadini albanesi e l’allora presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, dà del “cretino” a suo padre pretendendo le scuse per le sue scelte umanitarie.


“Papà mi porta nella sua vecchia casa a Sammichele di Bari, il paese in cui era nato, e si apparta con me sul terrazzo. Avevo 23 anni e mi ha fatto un discorso bellissimo sul senso della vita parlando di solidarietà e accoglienza: la passione che metto nel mio lavoro la devo a lui e anche alle parole di quel giorno”.


Dopo qualche giorno lei e sua madre Anna accompagnate papà a Pian del Cansiglio, nel Bellunese, perché deve incontrare Cossiga.


“Io non volevo andarci: l’attacco del presidente era stato troppo violento nella forma. Mio padre fu risoluto nel volermi accanto. Il presidente, mi disse, dovrà spiegare le proprie ragioni a mia figlia, che è una giovane cittadina italiana, e a mia moglie”.


Finì a baci e abbracci.


“L’incontro ufficiale fra il presidente e papà in una caserma durò un’oretta e fu rigorosamente a porte chiuse. Poi i due uscirono a braccetto e Cossiga mi raccontò del suo grande affetto per lui, che gli aveva raccontato di essere stato allievo di Aldo Moro e di Massimo Severo Giannini, e lo elogiò apertamente. Infine mi spiegò che nei giorni della Vlora aveva dovuto far prevalere la ragion di Stato: il momento istituzionale e il lato umano non sempre coincidono, disse”.


Suo padre soffrì il fatto che quell’attacco fosse venuto da un democristiano come lui?


“Esplicitamente non lo hai mai detto. Non rimarcava mai la sua appartenenza al partito, d’altronde, e aveva un rapporto bellissimo con Pietro Leonida Laforgia, Gianni Di Cagno e Vito Leccese, che non erano di certo democristiani”.


Lei ha più incrociato Cossiga dopo Pian del Cansiglio?


“No. Ho incontrato il presidente Oscar Luigi Scalfaro a Bari per lo scoprimento del busto dedicato a mio padre nell’aula consiliare del Comune, però, e quel giorno mi sono riappacificata con le istituzioni”.


Com’è la sua vita fuori dal lavoro?


“È come il rapporto con mio padre: un tempo libero segnato dalla qualità, più che dalla quantità”.


Ha figli?


“No. E ho un compagno con il quale stiamo assieme da trent’anni”.


Hobby?


“È impossibile averli con i miei orari”.


Passioni, allora?


“Quella per il tennis, che purtroppo non coltivo da tantissimo tempo”.


Suo fratello Giuseppe è avvocato come vostro padre.


“Caratterialmente siamo molto diversi: lui è solare e immediatamente gioviale. Ma siamo uguali nel nostro amore per gli altri”.


Torniamo ai non vaccinati: che sensazione ha quando ne incontra qualcuno?


“Spesso la loro scelta è legata alla paura, più che a una convinzione. E provo un grande dispiacere nel vederli lontani da ogni tipo di informazione corretta. Quanto ai No-vax convinti, invece, trovo assolutamente inutile imbastire qualsiasi tipo di discorso con loro”.


E i ricoverati che non sono vaccinati?


“All’inizio hanno un rapporto di grande diffidenza con noi medici e attribuiscono ad altre cause il fatto di ritrovarsi in terapia intensiva. Quando si risvegliano, però, il loro atteggiamento cambia totalmente. C’è anche chi ci chiede scusa”.


Cos’ha cambiato il Covid nei nostri ospedali?


“Li ha resi più umani. La solidarietà tra professionisti, con un approccio decisamente più multidisciplinare fra noi, ha raggiunto livelli mai visti prima. E l’aspetto umano è diventato prioritario, non soltanto nel rapporto con i pazienti ma anche nella organizzazione del lavoro”.


In questi mesi sono arrivati nei reparti anche tanti suoi giovani colleghi neolaureati.


“Anche loro sono stati determinanti, soprattutto nei momenti in cui avevamo lo sconforto di non essere abbastanza numerosi per gestire l’emergenza. Una folata di gioventù inesperta ma che ce l’ha messa tutta – e parlo sia dei medici sia degli infermieri – con uno spirito di sacrificio encomiabile. Hanno rispettato la nostra anzianità, intesa come esperienza, e non hanno mai avuto paura di dirci “non lo so”. Facevano tenerezza quando piangevano per un paziente morto”.


Cosa le resterà di quei mesi?


“I rapporti con i familiari dei pazienti che sentivo quelle notti. Molti dei loro cari non ce l’hanno fatta, purtroppo, ma in tanti continuano a chiamarmi e a mandarmi cuoricini via WhatsApp. È una grande ricchezza che mi resta in questa terribile pandemia”.

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