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Contagiato dal sangue infetto: lo Stato condannato a pagare 

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Contrae l’epatite C nel 1982 dopo una fiala di antitetanica somministrata al pronto soccorso di Chieti Il tribunale gli riconosce un vitalizio. E adesso potrà anche chiedere il risarcimento dei danni subiti

di Gianluca Lettieri

CHIETI. Una vita segnata dalla malattia, da quell’epatite C contratta al pronto soccorso di Chieti, quand’era poco più che un bambino, dove era arrivato dopo una banale caduta. Una malattia infettiva provocata da una fiala di antitetanica, ovvero un derivato del sangue. Pochi giorni fa, a distanza di 39 anni, il ministero della Salute è stato condannato a pagare a D.P., oggi 53enne, l’indennizzo previsto dalla legge 210 del 1992, ovvero circa 10mila euro all’anno «vita natural durante». Con la sentenza pronunciata dal tribunale di Chieti al paziente si aprono anche le porte per ottenere, in sede civilistica, il risarcimento dei danni.

È il 1982 quando D.P., allora 14enne, va in ospedale dopo un piccolo incidente: non sembra nulla di grave, ma è necessario fare l’antitetanica. Da quel momento, per lui comincia un calvario senza fine. Nonostante la giovane età, è spesso affaticato e spossato: si sottopone anche ad alcuni esami, ma questi non svelano le ragioni di un malessere che si trascina avanti da tempo. Solo nel 1993, in occasione di un ricovero all’ospedale di Atri, i medici gli diagnosticano l’epatite C. Ma l’uomo, nonostante mille sforzi, non è in grado di ricondurre la malattia a un evento specifico. Così, nel 2017, per vederci chiaro, decide di rivolgersi all’avvocato Cristian Carpineta. Dopo aver ascoltato il suo racconto, il legale lo invita a richiedere all’ospedale di Chieti tutta la documentazione legata alla prestazione sanitaria del lontano 1982. Il professor Mauro Arcangeli, nominato consulente tecnico di parte, conferma i sospetti iniziali: D.P. ha contratto l’epatite C a causa dell’antitetanica.

È l’inizio della battaglia giudiziaria. Il primo passo è la verifica del primo presupposto previsto dalla legge 210 del 1992, ovvero la compatibilità dell’infezione con la somministrazione dell’emoderivato. Nel 2019 il tribunale dell’Aquila, competente in materia, stabilisce che la malattia può dipendere dall’antitetanica fatta anni prima, considerando anche «la potenzialità del sangue come vettore di infezioni». A questo punto, l’uomo si rivolge al tribunale di Chieti per vedersi riconoscere l’indennizzo. La sentenza del giudice Laura Ciarcia arriva qualche giorno fa. In sentenza è riportato il passaggio della consulenza medica di parte: «Si può affermare in termini altamente probabilistici che D.P. ebbe a contrarre il virus dell’epatite C nel 1982 allorquando, durante un accesso al pronto soccorso di Chieti, gli veniva somministrata una fiala di tetano». «Tale consulenza», scrive il giudice, «non è stata minimamente contestata dalla parte resistente (ovvero dal ministero; ndr), ed è e può ritenersi legittimamente recepita in questa sede, in quanto adeguatamente argomentata».

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