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VIOLENZA SULLE DONNE: CONTINUA EMERGENZA FEMMINICIDI, DENUNCE E MIGLIAIA DI SEGNALAZIONI IN ABRUZZO

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L’AQUILA – Femminicidi, violenze, maltrattamenti, tragedie che continuano a riempire le pagine di cronaca, con la pandemia Covid-19 e le misure adottate per il contenimento della sua diffusione (ad esempio il confinamento tra le mura domestiche), così come il dispiegarsi delle conseguenze socio-economiche della crisi innescata dall’emergenza sanitaria, hanno in troppi casi contribuito ad aggravare la situazione.

In Abruzzo negli ultimi 6 anni sono state 3.562 le chiamate al numero antiviolenza 1522. Solo nel 2019, nei 13 centri antiviolenza presenti sul territorio abruzzese sono arrivate 3.190 segnalazioni e di queste 500 sono diventate denunce per violenze, fisiche e psicologiche, contro le donne.

Tempo di bilanci in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne.

Sono 109 quelle donne morte dall’inizio dell’anno, l’8% in più rispetto all’anno scorso, 63 per mano del partner o dell’ex. E non sono fredde statistiche, ma vite interrotte. Sono 89 al giorno le donne vittime di reati di genere in Italia, e nel 62% dei casi si tratta di maltrattamenti in famiglia.

Molti studiosi hanno parlato di una emergenza nella emergenza, mentre UN WOMEN – l’Ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne – la definisce una emergenza-ombra legata alla pandemia (shadow pandemic) o una crisi nascosta (shadow crisis).

Alle difficoltà delle donne che subiscono la violenza vanno affiancate, inoltre, le criticità presentate per i minori che vivono nelle situazioni di violenza e le difficoltà amplificate per i gruppi di popolazione particolarmente vulnerabili, come le donne straniere e con disabilità, o appartenenti a realtà sociali ed economiche svantaggiate.

Sono diversi gli scenari possibili: dall’aumento delle vittime della violenza (i nuovi casi), alla recrudescenza della violenza preesistente alla pandemia (la maggiore gravità), all’aumento delle sole richieste di aiuto per violenze insorte in precedenza. Scenari, questi, che possono essere anche compresenti e diversamente interrelati. Per misurare la violenza contro le donne, soprattutto l’ampia parte sommersa vissuta nel quotidiano delle mura domestiche, e come questa si sia modificata a seguito della pandemia, è fondamentale avere dati tratti direttamente dalle indagini sulla popolazione.

A tale scopo l’Istat condurrà nella primavera del 2022 una nuova edizione dell’Indagine sulla “sicurezza delle donne” , prevista dall’Accordo con il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio. Il monitoraggio corrente dell’evoluzione del fenomeno è un obiettivo prioritario dell’Accordo tra i due Enti che prevede la messa a disposizione di un quadro informativo integrato sulla violenza contro le donne in Italia attraverso il Sistema informativo dedicato. Tale Sistema, che deriva dal Piano Nazionale contro la violenza sulle donne, utilizza tutte le fonti disponibili per disegnare un quadro, il più possibile dettagliato e tempestivo, in grado di consentire agli organi di governo e a tutti i soggetti pubblici e privati coinvolti nel contrasto alla violenza di genere di monitorare i diversi aspetti del fenomeno e combatterlo con mezzi adeguati al fine di raggiungere gli obiettivi della Convenzione di Istanbul.

PSICOLOGA CIALDELLA: “INCERTEZZE DOVUTE A PANDEMIA HANNO ESACERBATO PROBLEMA”

“La Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne continua ad essere una giornata in cui ci ritroviamo a fare un amaro resoconto delle vittime di femminicidio: dall’inizio del 2021 sono state 103, una ogni tre giorni; solo il 27 per cento delle donne denuncia e una vittima su tre è a reddito zero”.

Ad affermarlo è Maddalena Cialdella, psicologa e psicoterapeuta, presidente dell’associazione Aires Onlus che si occupa di prevenzione e trattamento del disagio in età evolutiva, affidi e relazioni familiari, adolescenti, abusi e femminicidi.

“Le incertezze su lavoro e salute dovute alla pandemia, la necessità di ridurre i contatti sociali e il disagio per la condivisione degli spazi ristretti di casa -aggiunge la psicoterapeuta- hanno esacerbato le situazioni di violenza così alla pandemia da Covid si è affiancata la pandemia della violenza, frutto della pandemia dell’ignoranza, perché la violenza è il sintomo di una cultura che non prevede la tolleranza”.

“I mesi che abbiamo alle spalle hanno inciso in modo ambivalente sulle relazioni familiari e di coppia – continua la Cialdella- Ci sono situazioni in cui le persone sono riuscite a rinegoziare i rapporti e a riformulare i conflitti intrafamiliari cogliendo la chiusura forzata dentro casa come una opportunità. In altri casi, lo spazio vitale ristretto e la vicinanza quotidiana hanno esacerbato relazioni già distorte mettendo a nudo difficoltà pregresse. La mancanza di un supporto sociale, parentale e istituzionale adeguato è sicuramente uno degli elementi che maggiormente concorrono a frenare la ribellione. Le vittime si trovano sole, impaurite dalle continue minacce del partner, senza la certezza di una via di fuga concreta e quindi la strada della denuncia è piena di ripensamenti”.

In questi anni si è fatto molto ma molto resta ancora da fare.

“Le istituzioni devono fare la loro parte – afferma in conclusione la psicologa- in termini di prevenzione e protezione. C’è bisogno di formazione specialistica a molti livelli: dagli psicologi che sono chiamati a prendersi cura delle vittime, ai magistrati che maneggiano tutti i giorni storie di violenza. Ma soprattutto c’è bisogno di una rivoluzione culturale che insegni l’accettazione, la tolleranza e il rispetto profondo dell’altro. Perché l’amore non ha niente a che vedere con il possesso. La spinta alla proprietà è frutto di una cultura patriarcale che deve poter cambiare attraverso una educazione sentimentale, una alfabetizzazione emotiva che insegni a riconoscere l’altro e ad amare senza catene”.

I DATI

L’Istat calcola che quasi 7 milioni di donne italiane dai 16 ai 70 anni hanno subito almeno una volta nella vita una forma di violenza (20,2% violenza fisica, 21% violenza sessuale con casi nel 5,4% di violenze sessuali gravi, come stupro e tentato stupro).

E secondo lo Unodc Global study on homicide 2018 delle Nazioni Unite, nel mondo si registrano ogni giorno 137 femminicidi, il 58% dei quali è stato commesso dal partner, da un ex partner o da un familiare.

La normativa italiana attualmente considera lo stupro un reato solamente nel caso in cui sussistano l’elemento della violenza, della minaccia, dell’inganno o dell’abuso di autorità e non nel caso di un “rapporto sessuale senza consenso”.

Amnesty si appella al Ministro della Giustizia affinché la legislazione italiana si adegui alle norme internazionali, stipulate con la convenzione di Istanbul del 2011, e modifichi l’articolo 609-bis del codice penale per considerare reato qualsiasi atto sessuale senza consenso.

“L’Italia ha sottoscritto la Convenzione di Istanbul nel settembre del 2012, il parlamento l’ha ratificata nel 2013 ma nonostante ciò la legislazione non è ancora stata modificata secondo le direttive del documento. A nostro avviso è importante completare questo passaggio perché il trattato di Istanbul rappresenta il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne”, ha commentato Tina Marinari, coordinatrice campagne di Amnesty International Italia.

Ma un cambiamento legislativo da solo non basta, senza un parallelo cambiamento nelle percezioni e nella consapevolezza di tutti i cittadini.

Attraverso una serie di attività di informazione e sensibilizzazione, la campagna #Iolochiedo di Amnesty International Italia intende rafforzare la consapevolezza nelle giovani generazioni sul tema dello stupro, sugli stereotipi di genere da combattere e chiarire il concetto del consenso e chiede il supporto delle Istituzioni affinché, oltre alla modifica della norma del codice penale che regola la violenza sessuale, siano messe in atto misure per promuovere una cultura del consenso come sinonimo di condivisione e rispetto.

VIOLENZA SULLE DONNE: UN IMPEGNO COSTANTE PER SMANTELLARE LA CULTURA DEL PREGIUDIZIO

Del resto la necessità di cambiare gli atteggiamenti sociali basati sulla discriminazione di genere e sulle relazioni di potere di genere per contrastare la cosiddetta cultura dello stupro, è resa evidente dai dati Istat 2019, che mostrano come nel nostro paese sia duro a morire il pregiudizio che addebita alla donna la responsabilità della violenza sessuale subita per il modo di vestire (23,9% degli intervistati) o se sotto effetto di alcool e droghe (15,1%).

Il 39,3% degli intervistati ritiene inoltre che una donna sia perfettamente sempre in grado di sottrarsi ad un rapporto sessuale se davvero non lo desidera.

In questa prospettiva, non è un caso se, su 3 milioni di donne, la violenza è stata perpetrata nel 5,2% dei casi dall’attuale partner e nel 18,9% dei casi da un ex partner.

NON SOLO STUPRO: LA VIOLENZA CONTRO LE DONNE PUÒ AVERE MOLTI VOLTI

Il femminicidio e lo stupro sono le forme più estreme della violenza di genere, ma non le sole.

L’Istat rileva anche l’incidenza di minacce (12,3%), spintonate (11,5%), schiaffi, calci e morsi (7,3%), contusioni per mezzo di oggetti (6,1%). Il 15,6% delle donne ha subito contro la propria volontà baci, abbracci o palpeggiamenti, mentre i rapporti sessuali inflitti con la forza e contro la volontà della vittima sono al 4,7%; i tentati stupri arrivano al 3,5% e gli stupri effettivi al 3%.

Non è andata meglio nel 2020.

La convivenza continua e forzata imposta dalla quarantena anti Covid-19 ha generato un generale e preoccupante incremento di episodi di violenza domestica nei confronti delle donne. Solamente nel mese di marzo circa 2900 donne si sono rivolte ai centri anti-violenza, il 74% in più rispetto alla media registrata nel 2018 dalla rete dei centri antiviolenza D.i.Re.

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