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Mattoscio parla per 2 ore  E non dà la risposta chiave 

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Il faccia a faccia teso davanti alla Commissione d’inchiesta sulla fondazione Ecco cosa ha detto e soprattutto cosa non ha detto il presidente sott’accusa

di Lorenzo Colantonio

PESCARA. «L’etica è il mio vangelo di vita», afferma, sicuro di sé, Nicola Mattoscio, ma poi perde la calma di fronte alle domande incalzanti della politica e non risponde a tutto.

Per due ore il presidente di Pescarabruzzo finito sott’accusa parla nella Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dalla pentastellata Carla Ruocco. Difende la sua fondazione che presiede da un quarto di secolo. Ma non chiarisce il dubbio più importante.

STATI DI NECESSITÀ. Dice, per esempio, il motivo che lo ha fatto restare al vertice della fondazione bancaria pescarese dal 2006 fino ad oggi. Ma non spiega quanto è accaduto negli anni precedenti, a partire dal 1996. Al senatore di FdI, Andrea De Bertoldi, segretario della commissione d’inchiesta, ammette che la sua lunga permanenza «non è eticamente giusta», ma che esistono «stati di necessità».

Quali sono? La risposta di Mattoscio, che per alcuni dei presenti, come il senatore abruzzese Elio Lannutti o il vicepresidente Mario Laus, può essere apparsa disarmante, è che: «C’è stata un’insistenza corale da parte di tutti i componenti degli organi istituzionali della Fondazione affinché il sottoscritto tornasse a presiedere la fondazione, visto che la pandemia, sotto forma di long Covid, ha coinvolto la donna che è subentrata al mio posto». Ecco qual è, secondo il presidente con l’incarico più longevo d’Italia, lo «stato di necessità». Sta di fatto che questo spiega solo un periodo breve e molto recente, rispetto ai 25 anni di carriera al vertice di Pescarabruzzo.

DICE E NON DICE. E quando l’incalzante Lannutti gli fa notare che «esiste anche un prima», Mattoscio dribbla la domanda appellandosi al rispetto istituzionale: «Ho risposto a tutte le domande fatte dalla commissione (…) non rispondo a gossip giornalistici».E in effetti la commissione d’inchiesta parte dal 2006, e non da prima. Così, al di là del gossip, il dubbio resta.

TRASPARENZA. Così come resta sospesa in aria un’altra risposta laconica che Mattoscio dà a chi gli chiede notizie su quali società che hanno beneficiato di prestiti obbligazionari, da parte della Fondazione, ricompaiono nell’attività di compravendita immobiliare di Gestioni Culturali, la srl controllata al 100% dalla stessa. Ma lui ribatte seccato: «Nessun legame tra immobili e prestiti: smentisco assolutamente, sono fake news». Se ne deduce che anche la compravendita di un immobile in via Michelangelo a Pescara e il prestito obbligazionario alla Pescara calcio non hanno, secondo Mattoscio, alcuna correlazione tra di loro. È una fake news. Ma andiamo con ordine.

I MIGLIORI. Il presidente Mattoscio parla dalle 12.15 alle 14.05 di ieri, prima di lui viene ascoltato in commissione Francesco Profumo, presidente dell’Acri, l’associazione che accoglie 83 delle 86 fondazioni bancarie italiane. Il suo intervento ripercorre in modo pedissequo la relazione inviata il 23 ottobre sorso alla commissione parlamentare.

Sono decine di pagine. Mattoscio, i sintesi, definisce Pescarabruzzo: «un caso di studio» e «un modello originale per le altre 85 Fondazioni» perché ha saputo rispettare autonomia e indipendenza» ed è stata «virtuosa a reinventare voci di bilancio coerenti».

Ed è così, afferma Mattoscio, «che Pescarabruzzo è diventata la Fondazione più importante, per patrimonio, nell’Italia meridionale».

Fa quindi delle comparazioni con fondazioni ben più imponenti, Roma, Cariplo, Napoli, «ma solo Pescara ha fatto registrare un aumento di bilancio pari al 170 per cento», aggiunge, «grazie alla stabilità della conduzione». Ma non è l’unica autocitazione che fa.

MANDATI BREVI. Seguono le 12 risposte ad altrettante domande che gli erano state poste dalla commissione nell’atto di citazione. Per motivi di spazio ci limitiamo ai passaggi principali, tralasciando numeri, statistiche e alchimie di bilanci. Ma è importante il punto in cui Mattoscio afferma che Pescarabruzzo «è una delle fondazioni con mandati brevi».

In effetti gli avvicendamenti si sono susseguiti rispettando i termini temporali dei 4 anni previsti sia dal protocollo d’intesa Acri-Mef del 22 aprile 2015 sia delle norme precedenti. I conti tornano ma non i nomi: sempre gli stessi. Anzi lo stesso. Non andiamo oltre se no si entra nel gossip.

LA DIFESA. Fin qui il tono della voce di Mattoscio resta impassibile e distaccato. E non tradisce emozione. Ma comincia ad accalorarsi mentre dice che: «Il sottoscritto avrebbe avuto la possibilità di scegliere incarichi prestigiosi ma ha voluto interpretare per eccesso di responsabilità il ruolo di presidente». Poi si rasserena quando interviene il deputato abruzzese di Forza Italia, Antonio Martino che, nella duplice veste di componente della commissione d’inchiesta e beneficiario di un prestito obbligazionario alla holding Dynamin concesso da Pescarabruzzo, quasi ammonisce i colleghi affermando: «Quello che conta è portare a casa il risultato per il territorio al di là delle questioni di etica».

Bella difesa, certamente gradita da Mattoscio che però incassa il fuoco di fila delle domande degli altri. Come Lannutti che gli chiede se ci sono stati «criteri non disinteressati in alcune erogazioni». Oppure De Bertoldi che vuole sapere «chi dà ordini alla fondazione». E se «la governance protratta per molti anni crea una riserva di potere», e ancora se «la vicinanza, per interessi accademici, tra lui, Mattoscio, e la presidenza dei sindaci revisori, crei commistione tra controllore e controllato». O infine Laus secondo il quale non basta dire che si agisce in modo trasparente «ma occorre che l’autonomia sia percepita anche dall’esterno».

AL CONTRATTACCO. Ce n’è a sufficienza per far perdere l’aplomb anche a Mattoscio che allarga le braccia e va al contrattacco. Ed è così che nel suo mirino finisce Luciano D’Alfonso, il senatore che da agosto lo invita alle dimissioni da un incarico ricoperto da un quarto di secolo. «La Fondazione non prende ordini dalla politica», incalza il presidente più longevo dei Papi, riferendosi anche all’appello accorato – non all’ordine – che il parlamentare del Pd ha fatto chiedendogli di aiutare la comunità terapeutica Ceis che rischia di chiudere. «A Pescara c’è un solo dissenso autorevole (D’Alfonso, ndr), ho invece il consenso di migliaia di cittadini», ribadisce Mattoscio citando la presenza del presidente della Repubblica, Mattarella, all’inaugurazione dell’Imago Museum a Pescara. «Chissà perché un giornale regionale non pubblica più nessuna iniziativa della Fondazione», si chiede infine. E chissà perché non si è accorto di un paginone pubblicato per l’occasione.

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