cronaca

Epidemie, guerra, carestie: 107 anni fa, non solo il sisma 

epidemie,-guerra,-carestie: 107-anni-fa,-non-solo-il-sisma 

Quando l’emergenza sanitaria e la carenza di medici causarono ancora più lutti I telegrammi dell’epoca: un chilo di pane per 43 bambini, la promiscuità nelle stalle 

di Roberto Raschiatore

AVEZZANO. Il terremoto, la Grande guerra e l’emergenza sanitaria dell’epoca. Uno sguardo al passato, nei giorni della pandemia da Covid19, arriva sfogliando le pagine del pregevole volume prodotto dall’Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, a cura del Servizio sismico nazionale della Protezione civile. A 107 anni dalla catastrofica scossa che al mattino del 13 gennaio 1915 seminò distruzione e morte ad Avezzano e in gran parte della Marsica siamo andati ad analizzare il problema sanitario nelle zone terremotate, ben rappresentato da questa enciclopedica opera realizzata da Sergio Castenetto e Fabrizio Galadini, dal titolo “13 gennaio 1915. Il terremoto nella Marsica”.

«Chi avesse a ritenere la connessione tra guerra e problema sanitario assai aleatoria non ha che da sfogliare il registro dei morti dei comuni terremotati dell’ultimo anno di guerra e osserverà come, in molti centri, epidemie assai meno temibili del terremoto e degli austriaci abbiano mietuto molte più vittime»: così riportano gli autori del volume. E, ancora: «La guerra assorbiva ogni risorsa umana necessaria, non ultima la disponibilità di sanitari sul fronte bellico». In un telegramma del 5 febbraio 1915, inviato da Dezza, regio commissario civile di Avezzano, al ministero dell’Interno, si riporta quanto segue: «…in generale la salute dei superstiti si mantiene buona. Si cerca di completare impianto tende da poter servire come ricovero temporaneo ammalati malattie comuni e locali isolamento per eventuali infezioni. Si è iniziata la distribuzione di vaccino… si è iniziata la assunzione in servizio dei medici superstiti, col ritiro graduale dei medici militari e della Croce rossa ancora adibiti ai servizi di assistenza pubblica». Ma molti medici sono richiamati in guerra. Come nel caso di Rocca di Botte. È il 16 febbraio 1917 e dal Comune della Piana del Cavaliere arriva questo telegramma: «… ora che il paese è infestato dal morbillo… nel renderla quindi informata delle più vive proteste di questa cittadinanza, rivolgo sentita preghiera di voler porre riparo a una disposizione assolutamente inattuabile per questo Comune, benignandosi provvedere che il dott. Martellini rioccupi questa condotta e presti servizio di scavalco fin dove è umanamente possibile…». Proprio per garantire un’adeguata assistenza sanitaria alle popolazioni colpite dal terremoto – e dal conflitto mondiale – si susseguono gli appelli di rappresentanti di Comuni e del prefetto. A preoccupare sono anche le condizioni di promiscuità dei sopravvissuti. Un esempio arriva da un asilo di Balsorano – nel giugno 1918 – dove 43 bimbi «si dividono un chilo di pane in una baracca di legno malamente rivestita, in ambienti che non hanno uguali nel resto della nazione». Non va meglio quattro anni dopo il sisma. Siamo nel 1919. Questa è la situazione del comune di Collepietro, nell’Aquilano: «… devesi peraltro notare che dopo il terremoto del 13 gennaio che produsse lesioni in molte case, quasi tutta la popolazione abbandonò le proprie abitazioni e prese promiscuamente ricovero parte in baracche improvvisate, parte nelle numerose stalle che sono in quel paese: stalle scavate nella roccia, destinate al ricovero di numerosi animali vivi, evidentemente, le condizioni igieniche-sanitarie in cui visse la popolazione, per un non breve periodo di tempo, furono assai cattive». Telegramma del 6 marzo 1919 inviato dal prefetto dell’Aquila alla Direzione generale sanità pubblica del ministero dell’Interno.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: