cronaca

Alpini, la violenza sessuale in città divide anche il fronte penne nere 

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La storia degli abusi sessuali di gruppo ai danni di una minorenne alimenta il dibattito dopo Rimini A fine mese sentenza in Corte d’Appello. C’è chi difende lo spirito del raduno e chi chiede pulizia

di Enrico Nardecchia

L’AQUILA. Molestie sessuali, denunce, condanne. Il caso Rimini e il caso L’Aquila spaccano in due anche il fronte delle penne nere. La dolorosa vicenda – narrata sul Centro di giovedì scorso – della violenza sessuale di gruppo ai danni di una minorenne, sulla quale il 31 maggio si pronuncerà la Corte d’Appello, fatto avvenuto durante l’Adunata del 2015 e per il quale, in primo grado, sono stati condannati a 4 anni i due imputati, Danilo Ceci e Semir Belhaj, ha scatenato un acceso dibattito anche tra gli alpini di oggi e di ieri e i loro sostenitori.

«giocattolo rotto»

«Con i grandiosi raduni non si tramandano le tradizioni Alpine. Ho il timore che questo giocattolo, più grande di noi, si sia rotto». A parlare è un alpino. Anzi, un ingegnere alpino. Maurilio Di Giangregorio, direttore dei lavori e responsabile sicurezza del Villaggio Ana di Fossa, è molto critico. In una riflessione affidata ai social e intitolata “Il raduno di Rimini”, esprime tutto il suo disappunto. «Difficilmente si riuscirà a rimediare a questa sciagura, che potrà avere risvolti impensabili. Il raduno nazionale, come altri, movimenta considerevoli risorse economiche. Le città, le regioni ospitanti elargiscono contributi. L’Ana, prima dei raduni, organizza incontri con economisti, che illustrano, con una analisi costi-benefìci, che il raduno conviene. A Rimini non c’era, a mio avviso, alcuna motivazione storica alpina a sostegno di questa candidatura. Ritorniamo alle nostre belle tradizioni alpine e montanare e ricordiamo i nostri caduti e chi non c’è più. Forse ci salveremo». Di Giangregorio, in un’altra dichiarazione in cui si firma come «cugino della Medaglia d’Oro al Valor Militare Gino Campomizzi», mentre annuncia una «pausa di riflessione», critica l’Ana. «Fondata dai reduci della Grande Guerra è nata con un nobile scopo statutario: quello di ricordare gli alpini caduti e non tornati a baita. Dalla sua fondazione a oggi lo statuto è stato completamente stravolto: oggi è un organismo con connotazioni non ben definite nei contorni». Seguono molti messaggi di sostegno nei quali si chiedono «pulizia» e «chiarezza» sui fatti post-adunata.

«la città non dimentica»

Di diverso tenore la riflessione di Massimo Alesii, comunicatore impegnato nell’Adunata 2015. «Chi l’ha vissuta sul serio quell’Adunata ha conosciuto un formidabile abbraccio, solo un incredibile, unico, irripetibile abbraccio d’umanità. Ho visto spostare le macerie non solo dalle nostre strade, ma soprattutto dalle nostre menti in quell’anno e poco più di preparazione e ne sono stato un testimone, lavorando fianco a fianco, giorno per giorno vicino a persone straordinarie venute da tutta Italia a darci…una mano nel momento del massimo bisogno. Il cuore degli Alpini dell’Ana che ho incontrato allora nella mia città ferita dal terremoto mi ha mostrato uno spazio infinito che l’Italia conosce bene e che ha saputo apprezzare in particolare nelle grandi catastrofi nazionali così come nella recente pandemia. Gli Alpini ci sono…si disse allora come oggi. E meno male, aggiungo io». Quindi la riflessione finale: «All’Aquila, a Campotosto, nel Centro Italia, a Bergamo…nei tanti centri vaccinali per citarne alcune…queste le “missioni” di solidarietà per le quali l’Italia deve un assoluto grazie a voi alpini…e se qualcuno ha scambiato quel cappello per un assurdo strumento di gioco offensivo della dignità di chi vi ha ospitato recentemente…beh sono certo, conoscendovi un po’, che sarà isolato da questa grande comunità e dovrà farne, giustamente, le spese, rispondendo delle sue azioni, se perseguibili, come legge impone. Dove vigono le regole chi sbaglia paga, in prima persona».

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