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Corruzione elettorale: il pm chiede condanne da 8 a 16 mesi 

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La vicenda relativa alle elezioni del 2019. Il 3 giugno è attesa la sentenza per Sospiri, Dogali e Monaco E ieri, dopo l’accusa hanno parlato le difese: dalle intercettazioni non c’è la promessa degli incarichi

di Maurizio Cirillo

PESCARA. «Non voglio scandalizzarmi per cose che purtroppo fanno parte della vita reale, però bisogna dire che lasciano comunque basiti». Sono le ultime battute della requisitoria del pm Andrea Di Giovanni che ieri ha concluso il suo intervento davanti al giudice monocratico Francesca Manduzio, chiedendo le condanne per tutti e tre gli imputati del processo per corruzione elettorale: un anno di reclusione per l’attuale presidente del consiglio regionale, Lorenzo Sospiri; un anno e quattro mesi per il biologo e politico Vincenzo Dogali; otto mesi per l’ex consigliere regionale e attuale sindaco di Rosello, Alessio Monaco.

Un processo che nasce alla vigilia delle elezioni del 2019, da due intercettazioni ambientali che provengono da un altro procedimento per peculato a carico di Dogali, e che sono state oggetto anche ieri di contestazioni da parte del nutrito collegio difensivo (Massimo Galasso, Gianfranco Iadecola, Ugo Milia, Giovanni Stramenga, Sergio Della Rocca, Carmine Di Risio). La pubblica accusa ha parlato di Dogali come di «una sorta di collettore di voti aduso a questi comportamenti. Noto nell’ambiente tanto che si rivolgono a lui candidati di liste opposte. La struttura dell’accordo è chiara: l’infungibilità del proprio impegno, di quello di Dogali, che si impegna a trovare voti. Era chiaro», continua il pm ripercorrendo le intercettazioni ambientali, «che senza l’intervento diretto i voti non sarebbero arrivati, e comunque è questo il messaggio che arriva a Monaco». E poi, in relazione agli incarichi suggeriti da Dogali e non da Sospiri: «L’amministrazione pubblica in una competizione elettorale si deve porre nella maniera più trasparente e non deve essere portatrice di interessi particolari, di gruppi di potere. Non deve muoversi per interessi personalistici: l’assenza di mercimonio è una garanzia prioritaria per tutte le elezioni», afferma il pm, facendo riferimento alle richieste di Dogali per un incarico nella sanità, sollecitato anche da alcuni suoi amici imprenditori, o nell’urbanistica. E poi sottolinea una frase pronunciata da Sospiri nel colloquio con Dogali: «Se c’è un difetto che non mi potrai mai imputare», dice Sospiri, «è la irriconoscenza: un patto dura una vita».

Nella sua arringa, l’avvocato Della Rocca, uno dei difensori di Monaco, torna sulle intercettazioni per ribadire che devono servire a corroborare l’accusa, ma non possono costituire l’unica accusa del processo. Ed evidenzia come nel colloquio con Dogali il suo assistito non offre e non promette nulla: elementi basilari per la configurazione del reato. Richiama su questo aspetto anche le stesse parole del pm quando dice che «Monaco si vede costretto», «è stato indirizzato», «si adegua». E poi porge al giudice una diversa lettura dell’accusa, quando parla di spese elettorali, punibili con una sanzione amministrativa. L’avvocato Galasso, uno dei difensori di Dogali, è più diretto: «Dogali non è un delinquente. È un personaggio di spicco della società abruzzese, è un medico, questo fa. E comunque era già in pensione da tempo e non avrebbe mai potuto ricevere incarichi remunerati». Il legale batte ancora sull’inutilizzabilità delle intercettazioni: «Le posizioni sono invertite», dice il legale, «Sospiri non offre nulla e Dogali non accetta nulla. Dalla lettura delle trascrizioni è facile verificare come non vi sia traccia né della promessa degli incarichi, né tanto meno della accettazione da parte di Dogali. Poi nel caso di Monaco l’intercettazione è funzionale non già alle attività corruttive di cui parla l’accusa, ma solo ed esclusivamente ad un rimborso spese da riconoscere a una infermiera per fare volantinaggio in ospedale. Si parla dunque di una terza persona rimasta sconosciuta, attesa l’assoluta mancanza di indagini in tal senso».

Per le difese, manca comunque quel preciso patto tra elettore e candidato che deve configurare il reato di corruzione elettorale: «Dogali non era neppure elettore di Monaco», afferma Galasso. La sentenza è prevista per il 3 giugno dopo le repliche della pubblica accusa.

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