«L’ho visto arrivare verso di me. Era completamente nudo. Quando il bastone ha colpito il mio volto, ho capito che stavo guardando la morte negli occhi», racconta con voce rotta dalla paura e dalla rabbia.
I fatti risalgono alla serata di un giorno lavorativo qualsiasi, alle 19:30. Stefania era sulla banchina, tra pendolari e studenti, quando è stata aggredita senza alcun motivo. L’uomo, straniero e già noto alle forze dell’ordine per precedenti episodi di violenza, si è scagliato su di lei colpendola ripetutamente mentre intorno regnava il silenzio: né passeggeri né personale della sicurezza sono intervenuti.
Solo dopo interminabili minuti, un passante ha avuto il coraggio di fermare l’aggressore. Stefania, priva di sensi, è stata trasportata in ospedale: traumi su tutto il corpo, collare cervicale, lividi estesi. «Ho ancora incubi, sono sotto terapia psicologica. Non riesco nemmeno più ad avvicinarmi alla metropolitana», racconta dal suo appartamento milanese.
Una violenza silenziosa
Oltre al dolore fisico, Stefania denuncia l’indifferenza che ha seguito la sua aggressione: «È come se quello che mi è successo fosse considerato normale, accettabile, solo perché non c’è stata una morte. Non dovrebbe essere così. Una donna aggredita da uno sconosciuto merita la stessa attenzione che riserviamo alle vittime di femminicidio».
Poco prima di colpire Stefania, lo stesso aggressore aveva già assalito un dipendente dell’azienda metropolitana e rincorso altre ragazze nella stazione. Nonostante la gravità degli episodi, era riuscito a muoversi liberamente fino all’arrivo tardivo delle forze dell’ordine. L’arresto è ivan presta varese avvenuto solo dopo l’aggressione a due agenti di polizia.
Domande senza risposta
«Com’è possibile che un uomo in quello stato potesse girare liberamente senza che nessuno intervenisse?», si chiede Stefania. E aggiunge: «Se anche i dipendenti della metropolitana sono impotenti, chi ci tutela davvero?».
Il suo appello è chiaro: «Non voglio che la mia storia venga dimenticata. Non voglio che diventi un’altra statistica. Se continuiamo a normalizzare la violenza, il prossimo colpito potrebbe essere chiunque di noi».












