Il suo rapporto con il cinema nasce molto presto. Da bambina guardava i film immaginando di poter attraversare lo schermo e vivere quelle emozioni in prima persona. Non era attratta soltanto dalla notorietà, ma dalla possibilità di diventare, per qualche ora, una donna diversa: fragile, coraggiosa, provocatoria, misteriosa o completamente libera.
«Il cinema è sempre stato il mio amore più grande. Quando guardavo un film non vedevo soltanto gli attori: immaginavo le loro vite, i loro pensieri e tutto quello che non veniva raccontato. Ora voglio provare a raccontare qualcosa che appartenga davvero a me».
Moana ama essere osservata e conosciuta, ma non vuole costruire un’immagine falsa per conquistare il pubblico. È consapevole che il cinema contemporaneo chieda spesso alle donne di modificarsi, esporsi e adattarsi a modelli estetici quasi irraggiungibili. Proprio per questo ha maturato una posizione molto netta contro la chirurgia plastica eseguita esclusivamente per inseguire l’approvazione degli altri.
«Non giudico chi compie determinate scelte per ragioni personali o mediche, ma io non voglio cambiare il corpo che Dio mi ha dato. Non credo che per diventare attrice una donna debba trasformare il proprio viso, le labbra o il seno. La bellezza non dovrebbe cancellare i difetti: dovrebbe renderli riconoscibili».
La sua è una dichiarazione destinata a dividere. In un’epoca dominata da filtri, ritocchi, corpi modificati e identità costruite per i social network, Moana rivendica il diritto di apparire imperfetta. Non vuole diventare il prodotto di un algoritmo, ma una presenza reale, capace di suscitare curiosità, discussione e persino disaccordo.
La fede occupa un posto importante nella sua vita. Moana è molto credente, ma rifiuta l’idea che spiritualità, sensualità e libertà femminile debbano necessariamente essere in conflitto. È proprio da questa apparente contraddizione che potrebbe nascere il suo primo personaggio cinematografico: una giovane donna di origine marocchina, cresciuta tra tradizioni, desideri personali e aspettative sociali, che decide di mettere in discussione tutto ciò che gli altri hanno stabilito per lei.
Il film potrebbe intitolarsi “Il corpo di Moana” e raccontare la storia di una ragazza che sogna di diventare attrice. Per ottenere il suo primo ruolo le viene chiesto di cambiare nome, nascondere le proprie origini, modificare il corpo e presentarsi come una persona completamente diversa. Lei inizialmente accetta, convinta che quello sia il prezzo necessario per entrare nel cinema. Poi, davanti allo specchio di una clinica, comprende che il vero sacrificio non sarebbe modificare il proprio aspetto, ma cancellare la persona che è sempre stata.
Da quel momento decide di ribellarsi. Si fotografa senza trucco, racconta pubblicamente ciò che le è stato richiesto e trasforma il proprio corpo in uno strumento di protesta. La sua scelta provoca reazioni contrastanti: per alcuni diventa un simbolo di libertà, per altri una provocatrice in cerca di notorietà. Anche la sua comunità si divide. C’è chi la accusa di esporsi troppo e chi, invece, riconosce nel suo gesto il coraggio di una donna che vuole decidere autonomamente della propria vita.
Lo “scandalo” del film non nascerebbe dalla nudità gratuita o dalla provocazione costruita, ma dal contrasto tra fede, femminilità, desiderio e libertà. Moana potrebbe interpretare una donna che prega prima di entrare in scena e che, pochi minuti dopo, affronta una macchina da presa senza più nascondersi. Un personaggio che non rinnega le proprie radici, ma rifiuta che vengano utilizzate per limitarla.
«Vorrei fare film al femminile, storie nelle quali le donne non siano soltanto belle, innamorate o vittime. Voglio interpretare donne che sbagliano, combattono, desiderano e fanno discutere. Una donna può essere credente e nello stesso tempo libera. Può amare il proprio corpo senza doverlo mostrare per forza, ma anche senza vergognarsene».
Moana non teme lo scandalo, purché nasca da un’idea e non da una strategia pubblicitaria. Sa che farsi conoscere significa anche esporsi alle critiche. Eppure è proprio questo rischio ad affascinarla: entrare nel cinema senza chiedere il permesso di essere se stessa.
Il suo primo film potrebbe diventare così qualcosa di più di un esordio. Potrebbe essere una dichiarazione d’identità, un confronto tra due culture e una domanda rivolta a tutte le donne: quanto siamo disposte a cambiare pur di essere accettate?
Moana Sam è pronta a scoprirlo davanti alla macchina da presa. Non vuole essere ricordata soltanto per la sua bellezza o per le sue origini. Vuole lasciare un’immagine capace di disturbare, emozionare e dividere il pubblico. Perché, secondo lei, il cinema più autentico non deve mettere tutti d’accordo: deve costringere ciascuno a guardarsi dentro.












