cosi scrive il corriere: I contenuti della «chat degli 80» stanno emergendo in questi giorni sui social network, anche se le conversazioni risalgono a circa sei anni fa. E hanno innescato una valanga di critiche e polemiche che rischia di travolgere la sede milanese di We Are Social, agenzia di comunicazione (in questo articolo la replica di Gabriele Cucinella, uno dei fondatori).
Della chat attivata su Skype facevano parte «tutti i dipendenti maschi, a eccezione dei tre capi» racconta Mario. Ex dipendente di We Are Social, faceva parte del gruppo online e ha partecipato attivamente alle discussioni. Oggi, a distanza di anni, se ne pente e si rende conto dell’errore. E ha deciso di raccontare i messaggi che si scambiava con i colleghi d’ufficio.
L’innesco è una delle interviste su Facebook di Monica Rossi, nom de plume di un utente uomo (almeno così dice) e che conosce bene il mondo dell’editoria. Il 9 giugno pubblica una chiacchierata con Massimo Guastini, pubblicitario per due volte presidente dell’Art Directors Club Italiano. Guastini è senza filtri. Parla di molestie nel mondo della comunicazione, argomento che in realtà tratta da anni. Fa nomi e cognomi, cita il caso di una chat della vergogna in una famosa agenzia. Poco dopo, è uno dei capi dell’agenzia in questione a rispondere in prima persona nei commenti e a svelare, così, il grande accusato: We Are Social.
Racconta come sono andate le cose dal suo punto di vista e cosa è stato fatto per rimediare. Seguono oltre 300 critiche, commenti, opinioni di chi ha lavorato nella sede milanese o di chi ha vissuto esperienze simili in altre realtà, oltre ad altrettante condivisioni solo su Facebook.
Tra loro Mario, ex dipendente, che ci ha raccontato com’è andata.
L’intervista a un ex dipendente, Mario
Per quanto tempo è rimasto all’agenzia?
«Dal 2017 al 2021. Al mio arrivo la chat era già nata, non saprei con esattezza quando».
Chi ne faceva parte?
«Direi tutti i maschi etero di We Are Social. Un’ottantina di contatti, su Skype. Esisteva anche una chat di sole donne e una per la comunità arcobaleno, ma i contenuti e i toni erano diversi: in quelle si parlava di tinte, si scambiavano consigli sui ristoranti. Una chat come tante altre. Quella maschile andava oltre».
Di cosa si parlava?
«Sostanzialmente si commentavano le ragazze. Ancor prima che una nuova collega arrivasse, giravano i suoi contatti social, le foto in bikini, i nomi degli eventuali fidanzati. E poi commenti al fisico, classifiche. Cose che preferirei non ripetere. Anche io sono stato autore di alcuni messaggi».
Nessuno contestava questo gruppo?
«No, nessuno si permetteva, almeno pubblicamente».
E lei, perché ha continuato a farne parte e a partecipare?
«Mi sono accorto a posteriori dell’inopportunità di quella chat. Non lo dico per giustificarmi, ma fin da ragazzino sono stato bullizzato per via delle mie condizioni di salute. In We Are Social ho rivissuto lo stesso clima del liceo, volevo essere accettato e sentirmi integrato. Era un ambiente tossico per me, che ha fatto male anche alle mie relazioni personali».
Non solo lei è stato male.
«Ho sofferto l’1 per cento rispetto alle colleghe prese di mira».
Cosa è successo quando si è saputo della chat?
«Il fuggi fuggi generale. Poi la chat è stata cancellata. Dopo, se ne parlava quasi in modo carbonaro. A quel punto ho iniziato a riflettere. La faccenda poi è emersa varie volte dal 2017 a oggi, ma solo ora è stato fatto chiaramente il nome dell’agenzia coinvolta».
Oggi cosa ne pensa?
«Penso che la testimonianza dall’interno sia l’unico modo per sottolineare la gravità dei fatti. Ho chiesto scusa ad alcune colleghe. E nell’azienda per cui lavoro ora, faccio parte del team di diversity and inclusion».
E i vertici dell’agenzia, come hanno gestito il problema?
«Secondo me hanno gestito la questione in ritardo e male. Solo a partire dal 2020 sono state fatte alcune azioni di sostegno e sensibilizzazione è stata pubblicata una carta etica».
La testimonianza di una ex dipendente
Oltre a Mario, un’altra ex dipendente ha deciso di esporsi, Erica Mattaliano.
Per quanto tempo ha lavorato in We Are Social?
«Dal 2017 al 2019».
È stata presa di mira dalla chat?
«Non sono a conoscenza di messaggi su di me, nel caso non vorrei saperlo. Ma non era l’unico problema in agenzia».
Come è venuta a conoscenza delle conversazioni tra colleghi maschi?
«Ho parlato di alcuni episodi sessisti in agenzia di cui sono stata vittima. La reazione dei vertici è stata convocarmi in una riunione in una stanza a vetri. Tutta l’agenzia poteva vedere la “sgridata” in corso, con il responsabile delle risorse umane in silenzio, mentre il mio capo mi urlava contro perché secondo lui facevo riferimento alla chat. Io all’epoca non ne sapevo nulla, poi mi sono informata».
C’erano altri segnali negativi quindi.
«C’erano dinamiche di mobbing. Quattro persone sono andate via perché erano in burn out. Io stessa ho avuto bisogno di sostegno psicologico, non solo per questioni lavorative».
Come si spiega la genesi di questi problemi?
«Era un ambiente molto giovane, amichevole, con una cultura cameratistica».
Che è poi sfociata in situazioni allarmanti. A suo giudizio, come è stato gestito il problema dai vertici dell’agenzia?
«Chi è rimasto mi ha detto che sono stati fatti incontri per individuare i responsabili e per far emergere altri episodi. Io stessa sono andata a parlare con i tre fondatori la settimana scorsa. Ma i vertici pensavano che la situazione fosse più sotto controllo rispetto alla realtà. Tuttora, mi sembra che almeno due dei tre soci non abbiano compreso la portata del problema».
Perché questa vicenda emerge solo ora, a distanza di anni?
«Penso perché in quegli anni si stava ancora formando la nostra sensibilità su questi temi, eravamo giovani, c’era omertà tra di noi e comprensibili timori. Ora sappiamo come parlarne».
La replica dell’agenzia
In una nota, l’agenzia replica così alle accuse: «In relazione alle notizie apparse a mezzo stampa – relative a fatti risalenti al periodo compreso tra il 2016-2017 – We Are Social condanna, da sempre, qualsiasi forma di discriminazione e atteggiamenti inappropriati. We Are Social è da sempre impegnata nel creare un ambiente di lavoro sano e inclusivo. La società, nel corso degli anni, ha messo in atto numerose iniziative con partner qualificati affinché il benessere e la tutela delle persone siano al primo posto».
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