Ha ammesso le sue responsabilità, si è scusato definendo le persecuzioni un semplice “gioco” e si è mostrato sorpreso quando, a fermarlo, ha trovato di fronte una donna. È questa la conclusione dell’indagine che, domenica sera, ha portato all’arresto di un 42enne per stalking. L’operazione è stata condotta dall’ispettore Cinzia Di Cintio della seconda sezione della Squadra Mobile, sotto il coordinamento del pm Anna Rita Mantini, con la convalida del giudice Antonella Di Carlo che, nella direttissima di ieri, ha ratificato il patteggiamento a sei mesi di reclusione.
Un caso risolto in tempi rapidissimi, proprio alla vigilia della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. La denuncia della vittima, presentata il 18, ha fatto scattare subito le indagini. La donna, 30 anni, era perseguitata da luglio con telefonate anonime, minacce di morte, tagli alle gomme dell’auto e manifesti offensivi sotto casa.
Determinante il lavoro dell’ispettore Di Cintio e della sua squadra – Simone Di Blasio, Roberto Falone e Luigi Parmigiani, guidati da Pierfrancesco Muriana – che si sono appostati nei pressi di una cabina telefonica in via Paolini, luogo utilizzato più volte dallo stalker. Proprio lì, domenica, l’uomo è arrivato con la sua auto, è entrato nella cabina e ha effettuato l’ennesima telefonata anonima: per minacciare la collega di lavoro, con la quale condivideva l’impiego in una concessionaria di auto, utilizzava un cellulare dotato di software capace di alterare la voce.
«La presenza di una donna lo ha messo in difficoltà», ha raccontato l’ispettore Di Cintio, che da anni si occupa di delitti contro la persona. Secondo lei, molti casi di stalking emergono troppo tardi, perché «le denunce arrivano spesso solo dopo le prime violenze fisiche. In molte situazioni lo stalker è un ex compagno e la donna tende a sentirsi in colpa, come se avesse responsabilità».
La giovane vittima, invece, ha scelto di denunciare per tempo, intuendo che il pericolo stava crescendo. «Era sconvolta – spiega Di Cintio – le sue abitudini erano cambiate radicalmente, viveva nell’angoscia. Ma la sua decisione ha permesso di fermare l’uomo prima che la situazione degenerasse».
Il momento decisivo è arrivato quando la trentenne ha avvertito la polizia dell’ennesima chiamata anonima. In quel preciso istante, l’ispettore e i colleghi sono intervenuti: hanno bloccato il 42enne nella cabina e lo hanno portato in Questura, ponendo fine a quattro mesi di incubo.
Secondo quanto riportato dagli inquirenti, Di Rosa è stato ritenuto responsabile del reato di atti persecutori, comunemente conosciuto con il termine di stalking, nei confronti di un educatore sociale. Le indagini condotte dal Commissariato hanno accertato una serie di condotte moleste e ossessive: telefonate insistenti, appostamenti, pedinamenti e pressioni continue nei confronti della vittima. Un comportamento tale da alterare radicalmente la vita quotidiana dell’educatore, costretto a convivere con un clima di paura, ansia e insicurezza.
Le forze dell’ordine hanno sottolineato come la misura restrittiva sia stata necessaria per tutelare la vittima, ormai esasperata da un comportamento persecutorio divenuto insostenibile.
Il contesto nazionale: il reato di atti persecutori in Italia
Il caso di Pachino non rappresenta un episodio isolato, ma si inserisce in un contesto molto più ampio che riguarda l’aumento dei reati di stalking in Italia. Introdotto nel nostro ordinamento con la legge n. 38 del 2009, l’articolo 612-bis del Codice Penale punisce chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta qualcuno in modo da cagionargli un grave e perdurante stato di ansia o di paura, da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un familiare, oppure da costringerlo ad alterare le proprie abitudini di vita.
Negli anni successivi alla sua introduzione, il reato di stalking è diventato uno degli strumenti più importanti per contrastare le persecuzioni, soprattutto in ambito familiare e relazionale. Secondo i dati ISTAT, infatti, una quota significativa delle denunce per atti persecutori riguarda ex partner che, non accettando la fine di una relazione, perseguitano la vittima con comportamenti ossessivi.
Dati e statistiche: un fenomeno in crescita
Le statistiche mostrano un quadro complesso e preoccupante. Secondo il Ministero dell’Interno, ogni anno in Italia si registrano migliaia di denunce per atti persecutori. Solo nel 2022, ad esempio, le denunce sono state oltre 15.000, con una prevalenza di vittime donne (circa l’80%).
Le regioni con il numero più alto di denunce risultano Lombardia, Lazio e Campania, ma anche la Sicilia si colloca in una fascia significativa di incidenza. Molte delle vittime appartengono a fasce d’età comprese tra i 25 e i 45 anni, e non mancano episodi che coinvolgono adolescenti o persone anziane.
Il fenomeno è spesso accompagnato da altre condotte delittuose, come minacce aggravate, violenze domestiche e, nei casi più gravi, femminicidi. Non è raro, infatti, che uno stalking non denunciato o sottovalutato degeneri in tragedie irreparabili.
Il quadro normativo e le misure di tutela
Dal 2009 a oggi, l’ordinamento italiano ha cercato di rafforzare gli strumenti di protezione delle vittime. Tra questi:
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Ammonimento del Questore: misura preventiva che consente alla vittima di segnalare il persecutore senza sporgere denuncia formale, permettendo alle autorità di intervenire in modo immediato.
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Misure cautelari: come nel caso di Pachino, il giudice può disporre gli arresti domiciliari o il divieto di avvicinamento alla persona offesa.
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Codice Rosso (legge n. 69 del 2019): che ha introdotto una corsia preferenziale per i reati legati alla violenza domestica e di genere, accelerando i tempi di intervento della magistratura.
Nonostante questi strumenti, resta ancora forte il divario tra il numero reale delle vittime e quello delle denunce, poiché molte persone non trovano il coraggio di rivolgersi alle autorità per paura di ritorsioni o per mancanza di fiducia nelle istituzioni.
Casi di cronaca e dibattito sociale
Il caso di Pachino, seppur circoscritto, richiama alla mente numerosi altri episodi che negli ultimi anni hanno scosso l’opinione pubblica italiana. Diversi casi di femminicidio, infatti, hanno avuto origine da comportamenti persecutori non adeguatamente contrastati in tempo.
Questi episodi hanno sollevato un ampio dibattito sulla necessità di potenziare le misure di prevenzione e di sensibilizzazione, affinché il fenomeno venga riconosciuto e denunciato tempestivamente. Associazioni, centri antiviolenza e numeri verdi di emergenza hanno assunto un ruolo sempre più centrale nella rete di protezione delle vittime.
La dimensione psicologica e sociale dello stalking
Oltre all’aspetto giuridico, è importante sottolineare la dimensione psicologica di questo reato. Le vittime di stalking sviluppano spesso disturbi d’ansia, depressione, insonnia e attacchi di panico. Il continuo senso di minaccia altera profondamente la qualità della vita, compromettendo relazioni, lavoro e salute mentale.
Anche i persecutori, spesso, presentano profili psicologici complessi, legati a disturbi della personalità, ossessioni o difficoltà relazionali. Ciò rende fondamentale un approccio che combini repressione penale e interventi terapeutici, per spezzare il ciclo della violenza.
dal caso locale a una sfida nazionale
L’arresto di Mario Di Rosa a Pachino, avvenuto ormai dieci anni fa, rimane emblematico di un problema che continua a colpire in modo trasversale la società italiana. La legge ha fatto passi avanti, ma la lotta agli atti persecutori richiede ancora una maggiore sinergia tra istituzioni, forze dell’ordine, magistratura, servizi sociali e associazioni di volontariato.
Il contrasto allo stalking non può limitarsi alla repressione, ma deve fondarsi su un cambiamento culturale che porti a riconoscere i segnali di violenza sin dalle prime manifestazioni. Solo così sarà possibile garantire alle vittime un futuro libero dalla paura e costruire una società più sicura e rispettosa della dignità di ogni individuo.
FONTE:
https://www.ilcentro.it/pescara/stalker-arrestato-da-una-poliziotta-1.380012












