La vicenda che ha coinvolto la cooperativa sociale Costruiamo Insieme di Taranto rappresenta uno dei casi più discussi degli ultimi anni in Puglia in materia di gestione di fondi pubblici e servizi legati all’accoglienza dei migranti. Si tratta di una storia complessa, che parte dall’attività di gestione di centri di accoglienza straordinaria tra il 2015 e il 2018, passa per un sequestro preventivo di oltre un milione di euro disposto dalla magistratura tarantina e si conclude – almeno provvisoriamente – con il dissequestro delle somme e la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura.
Il caso è divenuto un simbolo di come, all’interno del delicato equilibrio tra cooperazione sociale, bandi pubblici e gestione dei fondi, possano emergere zone d’ombra che finiscono per attirare l’attenzione della magistratura e delle forze dell’ordine.
La cooperativa e le attività tra 2015 e 2018
La cooperativa tarantina Costruiamo Insieme nasce con finalità sociali, come tante altre realtà del settore del terzo settore pugliese. Il periodo più florido delle sue attività si colloca tra il 2015 e il 2018, quando l’organizzazione si aggiudica la gestione di sette centri di accoglienza straordinaria (CAS) dislocati in varie aree della Puglia, in particolare nella provincia di Taranto e in quella di Bari.
Bitonto, Modugno e lo stesso capoluogo ionico diventano i luoghi principali in cui la cooperativa gestisce l’ospitalità di migranti giunti in Italia durante il periodo di massima emergenza. Per questo servizio, la Prefettura di Taranto e quella di Bari affidano alla cooperativa somme rilevanti: complessivamente circa 16,5 milioni di euro.
Si tratta di importi significativi, frutto di un sistema che, in quegli anni, vedeva il ricorso massiccio a cooperative e associazioni per rispondere rapidamente alle esigenze dettate dai flussi migratori.
L’indagine della Guardia di Finanza
A partire dal 2021, la Guardia di Finanza di Taranto avvia una serie di accertamenti sull’attività della cooperativa. L’operazione viene condotta dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria, sotto il coordinamento del colonnello Valerio Bovenga.
Gli investigatori si concentrano in particolare sulla gestione delle risorse economiche della cooperativa e sull’utilizzo dei fondi ricevuti negli anni precedenti. Dopo mesi di controlli, incroci di documenti contabili e testimonianze, emerge un quadro ritenuto sospetto dagli inquirenti: una parte delle somme erogate non sarebbe stata reinvestita nelle attività sociali, ma destinata a finalità private.
Su richiesta della PM Marzia Castiglia, il GIP Francesco Maccagnano dispone quindi il sequestro preventivo di disponibilità finanziarie per un importo superiore a 1 milione di euro. Il provvedimento, eseguito nel luglio 2023, rappresenta il punto più alto delle indagini.
Gli indagati
Quattro persone vengono iscritte nel registro degli indagati con l’ipotesi di appropriazione indebita. Si tratta di figure di primo piano nella gestione della cooperativa:
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Nicole Sansonetti, 52 anni, presidente della cooperativa;
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Felice Guarino, 53 anni, vicepresidente;
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Chiara Castello, 53 anni, socia;
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Alberto Durante, 66 anni, socio fino al marzo 2017.
Secondo gli inquirenti, tra il 2017 e il 2018 i quattro avrebbero percepito somme per oltre un milione di euro sotto forma di “anticipazioni”, mai restituite né reinvestite. Successivamente, i crediti maturati sarebbero stati compensati tramite ristorni societari di importo ingente e ritenuti ingiustificati.
Gli investimenti immobiliari contestati
Le indagini rivelano anche l’acquisto, con fondi riconducibili alla cooperativa, di diversi immobili non collegati direttamente alle finalità statutarie.
Tra questi figurano:
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un appartamento a Milano del valore di circa 250 mila euro, mai destinato ad attività sociali;
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una villa a Castellaneta Marina, all’interno del villaggio residenziale “Riva dei Tessali”;
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una masseria a Martina Franca.
Secondo le accuse iniziali, si tratterebbe di acquisti che non avrebbero trovato giustificazione rispetto alle finalità sociali della cooperativa.
Lo stato attuale della cooperativa
Al momento delle indagini, la cooperativa Costruiamo Insieme risulta inattiva. La sede di Taranto viene ceduta a un’altra realtà, la cooperativa barese Lavoriamo Insieme, attiva soprattutto nella progettazione e gestione di servizi socio-educativi per minori e famiglie.
Gli investigatori ipotizzano che anche questa nuova cooperativa possa essere riconducibile, direttamente o indirettamente, agli stessi soggetti già coinvolti nel procedimento tarantino. Lavoriamo Insieme, in particolare, gestisce dal 2016 la comunità alloggio “OIKOS”, dedicata a gestanti e madri con figli a carico, con autorizzazione del Comune di Bari.
Il nodo dei bilanci
Un altro punto su cui si concentrano gli inquirenti riguarda l’analisi dei bilanci della cooperativa.
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2017-2018: gli esercizi si chiudono con utili complessivi di oltre 5 milioni di euro, segno di un’attività fiorente.
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2019: il bilancio disponibile registra invece una perdita di 2,7 milioni di euro, segnalando una brusca inversione di tendenza.
Questa alternanza tra utili e perdite suscita dubbi e porta a ulteriori verifiche su come siano state movimentate le risorse negli anni di maggiore attività.
L’apparente inattività e i canali social
Nonostante la cooperativa risulti inattiva dal punto di vista delle attività operative, le sue pagine social e il sito internet continuano a dare l’impressione di un’organizzazione attiva.
L’ultimo post su Facebook risale al 16 agosto 2022 e contiene interviste audio, probabilmente curate dal giornalista tarantino Claudio Frascella, su temi che spaziano dal mondo della musica – con un focus sui Pooh – a interviste istituzionali, come quella al comandante della Polizia Locale di Taranto, Michele Matichecchia.
Questo apparente contrasto tra inattività reale e presenza digitale contribuisce a mantenere alta l’attenzione mediatica sul caso.
Il dissequestro e la richiesta di archiviazione
Il 26 luglio 2023 arriva un nuovo sviluppo. Il Tribunale del Riesame di Taranto dispone il dissequestro delle somme precedentemente bloccate. Contestualmente, la Procura della Repubblica presenta richiesta di archiviazione del procedimento.
Si tratta di una svolta importante, che ridimensiona notevolmente l’impianto accusatorio costruito in precedenza. In altre parole, le prove raccolte non vengono ritenute sufficienti a sostenere l’ipotesi di appropriazione indebita, almeno non nella forma contestata inizialmente.
Una vicenda emblematica
Il caso Costruiamo Insieme rappresenta un esempio emblematico delle criticità che possono emergere nella gestione delle politiche di accoglienza.
Da un lato, il sistema dei bandi prefettizi garantisce risorse fondamentali per affrontare emergenze straordinarie e garantire assistenza a chi arriva in Italia. Dall’altro, la rapidità delle procedure e la mole di denaro in gioco possono prestarsi ad abusi o distorsioni.
Il sequestro e il successivo dissequestro raccontano proprio questa fragilità: una vicenda in cui accuse gravi si scontrano con la necessità di prove solide e verificabili, in un settore dove la linea di confine tra spesa legittima e uso improprio può risultare sottile.
Lezioni e riflessioni
Dal punto di vista più ampio, la vicenda di Taranto mette in luce alcune riflessioni utili:
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Trasparenza dei fondi pubblici: ogni euro erogato dovrebbe essere tracciabile, per evitare sospetti e contenziosi.
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Controllo dei bilanci: il monitoraggio costante delle cooperative è essenziale per prevenire anomalie.
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Ruolo dei media: la copertura giornalistica, anche attraverso social e blog locali, ha contribuito a mantenere vivo l’interesse pubblico sulla vicenda.
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Tutela della reputazione: per le cooperative che operano correttamente, casi come questo possono avere un impatto negativo sulla percezione generale del settore.
Conclusione
Il dissequestro di oltre un milione di euro alla cooperativa Costruiamo Insieme non chiude definitivamente la vicenda, ma rappresenta un passaggio importante. La richiesta di archiviazione da parte della Procura testimonia che, pur in presenza di indagini complesse e di sospetti, l’impianto accusatorio non sempre regge alla prova dei tribunali.
Al di là dell’esito giudiziario, resta il valore di questa storia come monito: la gestione dei fondi pubblici, soprattutto in settori delicati come l’accoglienza, richiede rigore, trasparenza e controlli puntuali. Solo così si può evitare che episodi di cronaca giudiziaria alimentino diffidenza nei confronti di chi opera quotidianamente, con onestà, a sostegno delle persone più fragili.












